Emigrati in America : quando gli Italiani erano negri


 

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Quando le prime ondate di immigrati Italiani arrivarono in America per il Governo Statunitense e anche per l’ immaginario collettivo si trattava di persone dotate di una certa dignità e inequivocabilmente “bianche “

In effetti i primi a sbarcare nel nuovo continente furono i Friulani, poveri contadini lasciati affogare nella propria povertà dai Savoia che, nella loro opera di pseudo-unificazione si erano completamente dimenticati del Friuli Venezia Giulia e del Veneto. Si trattava di gente dai caratteri somatici chiaramente nordici, di statura alta e con occhi e pelle chiari che non sfiguravano sul suolo Americano già in sentore di ideologia Ariana.
Tuttavia affermare che questo fu l’ unico motivo per cui essi vennero accolti bonariamente e avviati senza indugio al processo di Americanizzazione sarebbe altamente riduttivo. Vari fattori hanno contribuito a danneggiare l’ immagine dell’ Italiano in America, primo tra tutti l’ acceso razzismo scientifico che imperversava in Europa, seminascosto dagli ideali di Nazionalismo e Patriottismo. Ancora una volta furono i Savoia i principali artefici di questo processo di corruzione,a giustificazione dei sanguinosi misfatti e delle ruberie operate soprattutto nel sud Italia, che venne completamente spogliato dei propri beni e delle operose aziende.


L’ impulso dato in Italia al lavoro del Lombroso, del Niceforo e del Sergi ebbe l’ unico scopo di diffondere nell’ Italia Unificata il concetto dell ‘ uomo del sud ” geneticamente tarato, culturalmente arretrato e tendenzialmente selvaggio “. Tale quindi da richiedere un intervento di colonizzazione piuttosto che di inglobamento in un contesto più ampio, quale poteva essere la ” Giovine Italia ” del Mazzini. Le occupazioni militari di intere province; gli arresti di massa nei confronti di chiunque si opponesse al pagamento di tasse ingiuste , degne del peggior usuraio; la resistenza granitica ai movimenti meridionalistici mediante l’uso della legge marziale furono solo alcuni banali strumenti di un’ opera di condizionamento ben più ampia e che infine fagocitò l’ intera popolazione Italiana, presentandoci agli occhi del mondo come briganti, anarchici ed assassini. Nell’ America razzista, così profondamente impegnata a stabilire la linea di demarcazione tra civiltà superiore e inferiore, comunità Ariana e orde di ” indesiderabili ” , il lavoro dei positivisti Italiani fece scuola e accompagnò, per non dire giustificò, il posizionamento degli Italiani ai gradini più bassi fra gli immigrati Europei, in quanto non proprio bianchi e non del tutto neri.
La razzializzazione dell’ Italiano in America divenne ancora più evidente a cavallo tra l’ ottocento e il novecento, quando sbarcarono i braccianti provenienti da Calabria, Sicilia, Campania, Puglia e Abruzzo: costoro si trovarono il passo sbarrato , prima ancora che dalla popolazione indigena , proprio dalle forze sindacaliste Italiane composte dai loro connazionali del nord, ormai inseriti a pieno titolo nel continente. I sindacati, che vedevano nei nuovi arrivati una minaccia al mantenimento delle proprie condizioni socio-lavorative e con la testa infarcita dai pregiudizi di comodo dei teorici Italiani, intentarono una vera campagna di discriminazione nei confronti degli immigrati del sud bollati come “Africani, barbari nel comportamento e radicati negli atavici vizi. ”
A suffragio citarono gli studi proprio del Niceforo che nelle Due Italie tuonava :
«nei più lontani tempi preistorici una stirpe proveniente dall’Africa, dal cranio
lungo, elegante, a forme ovoidali, ellissoidali, pentagonali, invase il bacino
del Mediterraneo e tutta l’Italia. Le palafitte, le abitazioni lacustri,
appartengono a questa stirpe. L’Europa del Sud, compresa l’Italia,
popolata da questa stirpe, che il Sergi chiama mediterranea, era all’alba
della civiltà dei metalli, quando da Oriente si avanzarono genti di un tipo
fisico tutto nuovo, munite di armi di bronzo e in parte selvagge e feroci».
Erano gli arii. E la distinzione, scriveva lo studioso catanese, sarebbe
rimasta per secoli e millenni: «Oggi l’Italia è pur sempre divisa in quelle
stesse due zone abitate dalle due razze diverse, gli arii al Nord e fino alla
Toscana (celti e slavi), i mediterranei al Sud».

Una vera pacchia per i nativisti Americani che si ergevano a difesa della purezza della razza. In un deterioramento graduale ma inesorabile voci insigni si levarono presto contro un intero popolo di ” ladri di lavoro “, infido e gretto al punto che il fratello calpesta il fratello, contaminatori del sangue Americano e tali da indebolirne la razza “. ( Avv. George Custerman, Philadelphia, 1920)
Più o meno nello stesso periodo il Times-Democrat giungeva a difendere a spada tratta il Massacro di New Orleans dove undici Italiani già giudicati innocenti in regolare processo per l’ uccisione di un poliziotto Americano vennero linciati da una folla di ventimila persone debitamente ammaestrate. Il popolare magazine arrivò a scrivere, tra il plauso collettivo, che tale efferatezza era ” «l’unica maniera possibile per render sicura la supremazia dei bianchi “.
Nel 1923 il Current Opinion in un editoriale intitolato
” Manteniamo bianca l’ America ! ” gridava :
“«Se non vogliamo che l’americano bianco, alto, robusto, con gli occhi blu e per bene venga estinto completamente da popoli piccoli e scuri come quello Italiano,è necessario non solo che le leggi Jim Crow vengano mantenute e applicate ma addirittura inasprite. “
Perfino il democratico e acuto Harper’s Weekly commentando il linciaggio di Tallulah notava che ” quando a Madison arrivarono i primi Italiani essi costituirono un problema per la popolazione bianca della zona. Come il
pipistrello, erano difficili da classificare e ciò fu reso ancora più difficile
dal fatto che essi trattavano principalmente coi negri e socializzavano con
loro quasi in termini di uguaglianza. Quindi loro potevano difficilmente
essere classificati come “bianchi” e tuttavia non erano negri. Come
rapportarsi a loro fu un problema difficile».

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Questa vignetta del 1893 ironizza in modo molto caustico sul modo in cui gli immigrati Europei  sbarcati in America  qualche decennio prima osteggino l’ arrivo dei loro connazionali . Si tratta ormai di signori ricchi e ben pasciuti ma le ombre alle loro spalle  ne ricordano le origini. Da sinistra a destra: Polacco,Irlandese, Italiano, Tedesco e dei Paesi dell’ Est.

 

Ciò a dimostrazione di quanto fossero cambiate le cose in pochissimi anni dalla prima immigrazione Italiana, quando l’ Americano medio era ancora legato all’ immagine romantica ottocentesca dell’ Italiano poeta, musicista e letterato con secoli di storia alle spalle. Probabilmente , se non ci fosse stato il supporto della pubblicità negativa ad opera di noi stessi , la nostra storia da immigrati avrebbe avuto un corso diverso. All’ epoca, infatti, la corrente di pensiero più diffusa in America sosteneva la teoria, di matrice Darwiniana, che la mescolanza delle razze inferiori con quelle superiori avrebbe portato ad uno sbiancamento progressivo del colore della pelle e alla conseguente evoluzione della razza inferiore . Lo stesso principio per cui i coloni della Louisiana, col beneplacito delle Chiese Protestante e Cattolica, si accoppiavano con schiave negre, per ” migliorarle con una prole dalla pelle sempre più chiara “.
Ciò che spinse l’immagine del popolo Italiano oltre la linea di confine del colore e della razza fu un elemento importantissimo per gli Americani ma non per i nostri connazionali del nord, che quindi lo utilizzarono allegramente contro i lavoratori del sud : il comportamento, inteso come moralità di pensiero e di costumi.
A tale proposito è indicativo un verdetto del 1835 e che fece scuola nella giurisprudenza Americana riguardo questioni della stessa natura. Ecco quanto scrive un Giudice della Carolina del sud in uno dei tanti processi intentati contro un uomo mulatto:
“«È impossibile stabilire il criterio in
base al quale si possa definire “negro” un individuo. Tale criterio non deve
essere determinato solo dall’apparenza, ma anche dalla reputazione». E conclude: «È giusto che un uomo di valore venga accolto nella società dei
bianchi, mentre un buono a nulla, della stessa condizione, sia relegato nella casta inferiore».

Quando il cancan degli stessi sindacalisti Veneti in America si indirizzò contro i braccianti del sud ” più fedeli alla propria terra che alla patria che li ospita…che si accoppiano senza pudore tra consanguinei nelle loro casupole sperdute in campagna….focosi e ignoranti come bestie e capaci solo di adoperare il coltello…disobbedienti alle regole del vivere civile e briganti per nascita…” allora gli Americani cominciarono a temere gli Italiani e a guardarli con occhi diversi. Tutti, indiscriminatamente, rispolverando i vecchi resoconti di viaggio di insigni letterati e studiosi come Twain, Dickens, Rey , per i quali era difficile ” stabilire dove inizia l’ Italia del sud e dove finisce quella del nord “. Anzi Percy B. Shelley fu ancora più chiaro annotando che ” Da quando ho attraversato le Alpi e dalla Francia sono giunto in Italia non ho visto un solo barlume di intelligenza nel volto di queste persone, che giudico le più abominevoli, ignoranti e sporche che abbia mai visto nei miei lunghi viaggi. “
Quindi, se per l’ Italia Unita persisteva la convinzione dell’ enorme divario socio culturale tra nord e sud per l’ America del ‘900 questo concetto si sbiadì sempre di più, fino a diventare pressocchè inesistente a cavallo della Grande Guerra.

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Gli Italiani arrivarono in America ad ondate, stabilendosi principalmente nel nord ovest del continente. Tra il 1820 e il 1870 poco più di 25000 Italiani scelsero le Americhe come opportunità di lavoro: nel periodo precedente all’ Unità d’Italia gli immigrati erano per lo più commercianti, piccoli artigiani e viaggiatori provenienti dal nord e dal centro della penisola. Essi portarono con se’ la propria cultura ma anche il retaggio di una opinione positiva, scaturita da secoli di letteratura, poesia ed arte. L’ Italia era ancora la meta preferita di molti artisti Europei, che la sceglievano per le bellezze architettoniche e paesaggistiche. Non tutti, chiaramente, apprezzavano le condizioni di vita degli Italiani, ritenute ” mediocri per un popolo tanto colto “. Tuttavia, visto il buon rapporto che gli immigrati avevano costruito con i propri ospiti, l’ America sorrideva davanti alle eccentricità del nostro popolo, interpretate come ” folklore locale “. Molti intellettuali Italiani giunti negli USA avevano contribuito ad alimentare un giudizio positivo, come Filippo Mazzei, amicissimo del presidente Thomas Jefferson e che si diceva addirittura ispiratore della Dichiarazione d’Indipendenza Americana. Oppure Lorenzo del Ponte, grande musicista che fu il primo docente di lingua e letteratura alla Columbia University di New York. Gli ardori risorgimentali incarnati negli esuli Mazziniani come Pietro Maroncelli o Luigi Tinelli colpirono non pochi animi liberali, e l’ America si appassionò alle vicende della nostra patria devastata dalla guerra unitaria. Pensate che Abramo Lincoln, conquistato dalle capacità militari di Giuseppe Garibaldi, gli offrì il comando dell’ esercito Nordista quando questi trascorse a New York il suo breve periodo di esilio!

Le cose cambiarono radicalmente dopo l’ Unità d’ Italia; non solo a casa nostra ma anche nei resoconti dei viaggiatori e politici che si recarono in Italia per fini giornalistici o commerciali. Ad esempio lo scrittore e console Statunitense William Dean Howells rimase sconcertato dalla improvvisa povertà dei Veneti già nel 1870, mentre George Perkins Mark, primo rappresentante diplomatico a Washington dopo l’ avvento dei Savoia, lamenta la diffusione di immoralità, apatia collettiva e miseria in tutta la penisola dove,a suo dire, “ era un pullulare di banditi, che trovavano tana lì dove solo pochi anni prima era un fiorire di cultura e ricchezza “.
Fu questo dilagare di immoralità e rilassatezza di costumi a devastare l’ opinione pubblica Americana nei confronti degli Italiani, che in un attimo divennero ” brutti sporchi e cattivi “. L’ immensa ondata di immigrazione del sud Italia che interessò l’ America nel periodo 1880 – 1910 ( si parla di più di quattro milioni di persone in meno di vent’anni ! ) dettero origine al fenomeno del ” pericolo Italiano “… un terrore non dissimile da quello che noi oggi proviamo per gli extracomunitari Arabi e Africani che ci chiedono asilo. Questa orda di ” barbari ” poverissimi e analfabeti, che parlavano solo il proprio dialetto e che si rifugiava ostinatamente nelle proprie tradizioni divenne immediatamente invisa agli Americani, che paragonava i nuovi immigrati a quelli sbarcati solo qualche decennio prima.

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Ecco come il Puck nel 1888 ironizzava sull’ immigrazione in America dal Sud Italia.  Le caratteristiche negroidi come i labbroni e il naso camuso sono molto evidenti e talmente ” infettive ” che anche la prua della barca ne ha preso  le connotazioni somatiche.

Questi ultimi avevano goduto di grandi possibilità e le avevano sfruttate appieno, inserendosi interamente nella compagine sociale, apprendendo l’ Inglese e dimostrando completa appartenenza e gratitudine al popolo che lo aveva accolto. Quando scoppiò la Guerra Civile Americana non pochi Italiani si arruolarono nei due eserciti, dimostrando quindi una lealtà incondizionata al paese ospite del quale avevano fatte proprio le tradizioni e la cultura. Chiaramente si parlava di tempi molto diversi e di possibilità di assorbimento che non sarebbero mai state possibili con il sovraffollamento di immigrati quarant’anni dopo. I braccianti del sud non ebbero realmente la possibilità di insediarsi su suolo Americano , poichè mancavano alloggi, non trovavano lavoro ed erano costretti a vivere per strada o in baraccopoli improvvisate come meglio potevano. Inoltre, a differenza dei primi Italiani giunti spesso senza famiglia a carico e con l’ unico obiettivo di sistemarsi e mettere radici, i braccianti del sud arrivavano in America stracarichi di figli e con l’ unico fine di sfuggire dalla fame e dalla miseria in cui li aveva gettati l’ unificazione d’ Italia. Per loro l’ America era solo ” il paese della cuccagna ” , un’ opportunità incredibile di ricchezza da accumulare per poi tornarsene felici e sistemati al proprio paesello d’ origine. Nessuno di loro desiderava mettere radici in America e solo pochissimi si sforzarono di impararne la lingua e i costumi. Appena fu possibile, complice anche l’ inospitalità Americana, questi Italiani andarono a gremire interi quartieri abbandonati in cui portarono le proprie tradizioni e la propria nostalgia della patria, isolandosi dal resto del mondo e uscendone solo per mendicare o per cercare lavoro. Le Little Italies, così come per la vecchia Chinatown, divennero ben presto ghetti alla mercè di chiunque, covo di mafia e briganti che vessavano i loro stessi connazionali camminando a braccetto con le forze politiche locali che usavano spesso gli immigrati per traffici sporchi.
Le disperate condizioni di vita in cui versavano centinaia di famiglie divennero ben presto oggetto di reportages e documenti fotografici che stabilirono definitivamente
l’ ” inferiorità innata di questo popolo ” e sancirono la fondatezza delle teorie eugenetiche che enunciavano
” la arretratezza congenita dei popoli mediterranei rispetto a quelli anglosassoni, in particolar modo quando sia presente anche come fattore dominante il colore scuro della pelle “. La disfatta militare di Adua nel 1896 e l’ incapacità di Roma di stabilire un Impero Coloniale sembrarono implicitamente affermare la manifesta inferiorità degli Italiani, così come gridarono magazine illustri che ci accusarono di codardia ( New York Times ) o di sottomissione nei confronti dei negri ( Chicago Daily Tribune ).
Grazie agli studi del Lombroso e ad anni di martellamento della fisiognomica venne individuato negli Italiani, particolarmente in quelli del sud, il ” gene della razza inferiore “, evidente nelle caratteristiche somato-facciali negroidi, nella conformazione del cranio e nella statura bassa. Gli Italiani quindi, in quanto appartenenti alla ” razza mediterranea ” erano i ” nuovi negri ” del diciannovesimo secolo e come tali furono oggetto delle stesse angherie ( non ultimo il linciaggio ) fino a quel momento riservate agli Afro-Americani e ai Cinesi , e mai utilizzate nei confronti di altri immigrati Europei.
Con il proibizionismo degli anni ‘ 20 la Mafia Italiana cominciò a far parlare di se’, instillando negli Americani un altro pericoloso concetto, che sembrava ormai superato dopo la morte del sentimento ” anarchico “: l’ Italiano era corrotto, , capace di grandi crimini e perennemente armato di pistola o di coltello. Un brutto ceffo da cui era meglio stare alla larga e di cui non era possibile fidarsi.
L’antica carboneria, vissuta nei tempi passati dagli Stati Uniti come patriottismo e sentimento unitario, dal 1920 in poi si trasformò in ” società segrete vincolate all’ omertà che raggiungono i loro scopi attraverso l’ omicidio “. ( New York Times. ” L’ incubo della Mano Nera dilagò per tutta l’ America, e si insinuò nell’ immaginario collettivo grazie anche a romanzi come Little Italy :a tragedy in one act di Horace B. Fry oppure The hearth of the stranger. A story of Little Italy di Christian McLeod ( pseudonimo di Anna Christian Ruddy ) in cui l’ immigrato Italiano è sempre il nemico oscuro armato di coltello.
Perfino il neonato cinematografo nelle sue primissime pellicole dà risalto al fenomeno della Mafia Italia, enfatizzandolo nel film del 1906 “ The Black Hand ” in cui gli atti di violenza ad opera dei gangster Italiani fu ampliata dalla pretesa di presentare la vicenda come ” una storia vera “. Insomma la rappresentazione di una realtà monolitica e distorta che coinvolse fior di artisti e letterati e che trasformò gli Italiani come il capro espiatorio della grave crisi economica che dilaniò l’ America negli anni ’20.

Ecco il primo film della storia sulla Mafia: Black Hand
Proprio come i Cinesi furono accusati di fuorviare le leggi di mercato, accettando salari bassissimi e agendo da ” crumiri ” durante le lotte di classe. I Sindacati li additarono come sovversivi, importatori di idee socialiste e sobillatori della buona borghesia. La presunta Anarchia Italiana ritornò in auge, soprattutto quando folle di Italo – Americani andarono a festeggiare in piazza all’ indomani dell’ assassinio di Re Umberto I per mano di Gaetano Bresci. Le Little Italies divennero quindi per le masse anche covo di terroristi, come quella di Philadelphia, che fu presentata come roccaforte dell’ Organizzazione Anarchico- sindacalista dagli Industrial Workers of the World. Il triste caso di Sacco e Vanzetti rappresentò la puntata finale di una storia che da durava da quasi un secolo, e che portò nel 1925 a chiudere le porte all’ immigrazione Italiana e all’ inasprimento delle Leggi Jim Crow,
Durante il Fascismo e per un breve periodo l’ immagine dell’ Italiano in America e nel mondo venne in parte riabilitata. Mussolini, con le sue smanie Colonialiste e la brutta guerra in Etiopia, si era conquistato un posto d’ eccellenza tra gli intellettuali Statunitensi, e anche i più restii furono costretti ad ammettere che il Fascismo aveva risollevato le sorti dell’ Italia, che cercava gradualmente di rimettersi in piedi. Gaetano Salvemini, famoso antifascista esule in America non potè negare che ” Mussolini aveva fatto dell’ Italia un gran Paese, non c’erano disoccupati, tutti avevano il bagno in casa, i treni arrivavano in orario e l’ Italia si avviava a diventare temuta e rispettata nel mondo “. Le sue parole ebbero un grande effetto sull’ opinione pubblica Americana, che forse sperava di veder tornare quella folla di mezzi negri finalmente a casa propria . Con l’ ingresso del fascismo in guerra, per giunta in alleanza con Hitler, anche questa speranza decadde e anzi gli Italiani vennero ancor più tenuti a distanza, anche quelli che avevano ormai acquisito la cittadinanza Americana, in quanto visti come ” potenziali filo-fascisti e spie del nemico “. Per Martin Dies, Presidente della Commissione del Congresso sulle attività Anti-Americane, gli Italiani erano ” il vero cavallo di Troia capaci di tagliare l’America a fette e offrirla come un piatto di spaghetti a Mussolini “. Quindi nuove discriminazioni nei confronti degli Italiani, che vennero giuridicamente bollati come “ enemy aliens “, costretti a dimettersi dal posto di lavoro, limitati nelle loro libertà civili e spesso deportati lontano dalla costa del Pacifico , poichè possibili fiancheggiatori del nemico in caso di invasione Giapponese.
Se gli immigrati Italiani non divennero oggetto di un’ opera di pulizia etnica fu per il disprezzo tutto Americano nelle nostre capacità militari e nella convinzione di una congenita castroneria, il che ci rendeva meno pericolosi di quanto prevedibile.
Grazie al Presidente Roosevelt, che ci considerava “ meno pericolosi dei Tedeschi perchè in realtà gli Italiani sono tutti cantanti d’ operetta ” siamo sopravvissuti quasi indenni alla II Guerra Mondiale e all’ espulsione di massa già mezzo decisa quando l’ Italia dichiarò guerra alla Francia. IN seguito, quando venne stabilito l‘ armistizio di Cassibile, l’ America ci rise dietro alle parole del Saturday Evening Post che mostrando la fotografia del Generale Giuseppe Castellano scriveva : ” Più che un militare costui sembra il proprietario di un ristorante di successo del Greenwich Village.
Tuttavia il crollo dell’ immagine militaresca dell’ Italia riportò in auge il vecchio stereotipo dell’ Italiano Mafioso, che resistette a lungo dopo la fine della seconda guerra mondiale. Purtroppo la presenza di esponenti come Frank Costello, Albert Anastasia, Tony Accardo e molti altri non hanno potuto che confermare l’ importanza e la diffusione capillare della malavita organizzata Siciliana in America, al punto che negli anni ’50 un’ inchiesta del Senato stimolata da alcuni documentari fotografici dei famosi Jack Lait, Lee Mortimer e Ed Reid stabilì che per il 75% la criminalità organizzata in America era di matrice Italiana. Quando i malavitosi di cui sopra furono arrestati e sottoposti a giudizio l’ intero processo fu vissuto in diretta da quaranta milioni di spettatori Americani, che inorridirono davanti alle “ parole sporche di sangue dei responsabili dei peggiori crimini della storia Americana degli ultimi cinquant’anni. “
Inutile dire che tali processi pubblici ispirarono fior di scrittori e sceneggiatori cinematografici, tanto che dal 1948 al 1975 ben ventuno film trattarono di mafiosi Italiani e almeno trecento romanzi posero al centro della trama un boss Siciliano. Il famoso romanzo di Mario Puzo del 1969 diede poi il via alla saga della famiglia Corleone con il bellissimo
film di Francis Ford Coppola Il Padrino, destinato a cambiare per sempre il volto dell’ America cinefila. Le Forze dell’ Ordine furono talmente sconvolte e influenzate dal fiorire di queste storie ” mafiose ” che nel 1972 il Procuratore Distrettuale della città di Manhattan inaugurò il ” Dipartimento degli Affari Italiani “, che in pratica si occupava esclusivamente di Italiani Mafiosi,partendo dal presupposto che tutti i criminali Italiani fossero in qualche modo legati alla Mafia Siciliana. ”
Nel tempo le cose sono un po’ cambiate e l’ immagine degli Italiani è stata rivalutata , anche se un po’ permane la suggestione del malavitoso nell’ immaginario collettivo Americano, facilmente intuibile da alcune serie televisive degli ultimi dieci anni, non ultima quella dei Soprano.

Il primo trailer della famosa serie tv Americana che coprì ben sei stagioni con ascolti record. E’ chiara l’ ispirazione al film di Coppola, anche se la qualità bassa e la narrazione banalissima della trama dimostrano chiaramente che molti dei luoghi comuni sugli Italiani non sono ancora stati sperati.
Oggi, la maggior parte dei sondaggi condotti sul pubblico Americano evidenzia l’ apprezzamento nei confronti dell’ operosità Italiana , del nostro senso artistico e del bagaglio culturale plurimillenario. L’ Italia è sempre ai primi posti come meta turistica e più del 60% dei consumatori Statunitensi predilige l’ abbigliamento, l’ artigianato e la cucina Italiana rispetto a quella di tutti gli altri Stati Europei. Ma alcuni stereotipi e luoghi comuni restano. Ecco come l’ America ha rappresentato la figura dell’ Italiano negli ultimi due secoli: come potrete notare grande influenza la ebbero la stampa, i romanzi e il cinema.

 

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La paura dello straniero, ben rappresentata nel giornale THE WASP del 1888. Qui vediamo un personaggio con la faccia di Ted Roosevelt all’epoca in cui giocava ancora a fare il supereroe Americano ma già simpatizzava per la politica, tanto è vero che proprio quell’ anno sostenne la campagna Presidenziale di Benjamin Harrison come candidato Repubblicano. L’ immagine è un po’ sgranata ma i diritti di questa vignetta sono ancora protetti.
Nella vignetta, presa poi come spunto da numerosi altri magazine dell’ epoca, il sosia di Roosevelt sembra abbia afferrato i due nemici più pericolosi dello Stato Ameicano, cioè gli immigrati Cinesi e quelli Italiani facilmente identificabili grazie all’ abbigliamento. Egli li solleva in alto impedendogli di mettere piede sul suolo della sua patria. Dalle sue tasche fuoriescono gli ultimi decreti sulla restrizione all’ immigrazione e nella didascalia possiamo leggere la frase : ” Ciò che si vorrebbe vedere “
I due immigrati sono vestiti alla foggia del loro paese, per sottolineare la scarsa volontà di questi al processo di Americanizzazione, tanto importante per gli attivisti del periodo.

 

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L’ importanza di essere Americani per intero e non a metà era un concetto dominante per gli intellettuali progressisti, che se ne servivano abbondantemente per stimolare campagne di pensiero atte all’ inasprimento delle leggi sull’ immigrazione. Questo concetto è ben raffigurato in questa vignetta del 1899, tratta dalla rivista Puck.

 

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Questa immagine invece è del 1903 ed è tratta dalla rivista Judge. In primo piano vediamo lo Zio Sam che si aggrappa disperatamente alla bandiera Americana mentre, impotente, assiste allo sbarco ( o meglio, all’ invasione ) di un’ orda di immigrati scuri di pelle e mafiosi, per lo più Italiani. Lo capiamo dalla scritta MAFIA su uno dei cappelli. Questi immigrati non hanno quasi nulla di umano, anzi ricordano dei giganteschi ratti che escono dalle fogne. In secondo piano, inteso come ricordo dello Zio Sam, c’è il Presidente McKinley, assassinato due anni prima da un anarchico Polacco. E’ una vignetta che non si riferisce solo agli Italiani ma comunque l’ Italiano mafioso è immediatamente riconoscibile.Il ratto per l’ Americano medio ha sempre indicato sporcizia, tanfo, un animale che si nutre di rifiuti e non ha una funzione costruttiva nella società ma anzi ne è parassita. L’ abbinamento Italiano-ratto è stato quindi quello privilegiato per decenni e rendeva molto bene l’ idea di degrado che accompagnava l’ immagine del’ immigrato Italiano.

 

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Sempre dal Judge ecco una vignetta che ridicolizza gli umili lavori degli immigrati Italiani i quali, piuttosto che “trovarsi un lavoro dignitoso” si barcamenavano in lavoracci da circo come quello dell’organetto con scimmietta. Nella didascalia leggiamo un gustoso dialogo tra i due ricco di errori di ortografia e di pronuncia, a sottolineare l’ ignoranza e l’ analfabetismo dei due.
Il popolo Americano era assolutamente a digiuno delle tremende condizioni di vita a cui erano costretti gli immigrati ed erroneamente li considerava fannulloni e zingari: ne era però al corrente la stampa, che all’ epoca fungeva da appoggio al regime.

Il cinema , particolarmente quello caricaturale proveniente dalle esperienze degli artisti Vaudeville, fece la sua parte. I fratelli Marx, ad esempio, dedicarono un bel filone della loro comicità all’ interpretazione di uno stereotipo di Italiano che sarebbe entrato molto facilmente nella mentalità comune. A dire il vero l’ obiettivo primario di questi grandi artisti, che si distinsero dai comici Italo-Americani come Jimmy Durante perchè almeno ci hanno provato, era quello di presentare al pubblico sotto forma di parodia un immigrato molto diverso da quello presentato dalla stampa e dalla politica. Nei film dedicati (Animal Crackers (1930), Monkey Business (Quattro folli in alto mare, 1931), Horse Feathers (I fratelli Marx al college, 1932) e Duck Soup (La guerra lampo dei fratelli Marx, 1933) essi portarono alla luce i veri problemi degli immigrati Italiani , che si destreggiavano ogni giorno tra la miseria e le prevaricazioni sociali. Il fine era ottimo, purtroppo la realizzazione un po’ meno. Il leader del gruppo, Chico, interpretando il personaggio dell’ immigrato straccione, ladruncolo e dongiovanni in realtà non fece altro che alimentare le paure del pubblico Americano, che vedeva nello straniero una fonte di destabilizzazione della buona borghesia e degli ideali moralisti tanto cari al nuovo continente. Gli sforzi del protagonista immigrato di sopravvivere mettendo in discussione, anche se in maniera divertente e grottesca, le sopraffazioni di chi comanda non divertono ma anzi incutono disagio. Un Charlie Chaplin o la coppia Stan Laurel/ Oliver Hardy che più o meno facevano le stesse cose invece si. Il motivo sta nel ruolo imposto ad ognuno di loro e nella collocazione in seno alla società: a torto o a ragione l’ immigrato puzzolente e sovversivo non può mai uscire fuori dalle righe o mettere in discussione il potere del paese ospite. UN po’ come dire ” Mai mordere la mano che ti nutre “. E se l’ intenzione non era quella, pazienza. L’ importante è che egli rimanga comunque al posto suo..

Uno spezzone di Animal Crackers del 1930, che resta il film più importante dei Fratelli Marx

 

La conferma dello stereotipo passa senza tanto chiasso anche nelle menti infantili grazie all’ utilizzo di un mezzo veloce e di effetto: il cartoon.
Ecco che nel 1937, alla vigilia della II Guerra Mondiale, La Looney Tunes produce un cortometraggio per bambini creato dalla Guild Film e intitolato Porky’s Garden. Antagonista del dolce maialino, perno della storia, è per la prima volta un Italiano di grande stazza e dai riccioli neri, una nuova icona dell’ immigrato Italiano che verrà ripreso anche dalla Disney.  La trama è semplice e narra degli sforzi che fa il maialino per ottenere una zucca gigante da competizione. Ci riuscirà malgrado gli innumerevoli tentativi, anche truffaldini, dell’ Italiano di sottrargli il premio o di aggiudicarselo lui con la truffa e l’ imbroglio.

Ed ecco il famoso cartoon per intero.

 

Personaggio molto simile il Bruto di Braccio di Ferro, nato proprio in quegli anni. Il richiamo al concetto della ” Romanità ” è evidente., ma anche alla brutalità dell’ individuo.  Anche qui il ” puro Americano ” e l’ immigrato Italiano entrano in competizione e, malgrado la evidente differenza di stazza, vince sempre l’indomito e piccolo Braccio di Ferro grazie al barattolo di spinaci, il primissimo ortaggio inscatolato dall’ Industria conserviera Statunitense e quindi il simbolo dell’ America sana e lavoratrice.  Per inciso : il nome Bruto fu poi cambiato in Bluto in seguito a numerose rimostranze fatte dalla Comunità Italiana in America che , giustamente,trovava il nome offensivo.

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PIù grasso che grosso, malamente barbuto e dalla testa piccola. Ecco il nuovo stereotipo dell’ Italiano a confronto con il marinaio Americano  ben vestito e pulito che, a dispetto della sua piccola stazza, atterra sempre il nemico. 1929.

 

Quando la Guerra finì l’ America riscoprì gli ideali di tolleranza e di umanità che per tanto tempo aveva preferito tenere nel cassetto. Probabilmente l’ esperienza Ebraica, la triste realtà dei campi di concentramento che l’ America stessa con la sua follia eugenista aveva contribuito a creare, avevano aperto gli occhi ai bravi Americani che si sentirono investiti del dovere civico di aiutare le minoranze etniche nel lungo cammino evolutivo.
Ancora una volta le premesse erano giuste ma l’ applicazione risultò sbagliata. La sitcom radiofonica Life with Luigi il cui sottotitolo era The Little Immigrant prodotta dalla CBS e che entrò di prepotenza nelle case degli Americani ogni settimana dal 1948 al 1953 lo dimostra pienamente.
Lungi dal ritrarre la realtà la trasmissione proponeva l’ immagine di un Italiano povero e analfabeta ma lavoratore, Luigi Basco, che cerca disperatamente di aderire all’ ideale di Americanizzazione rinnegando quasi la propria natura e costringendosi ad una trasformazione che gli consentirà di diventare ” migliore “.
IN questo lungo processo non avrà come supporto la propria famiglia, rimasta al paesello, bensì una schiera di amici- insegnanti Americani al 100% che lo guideranno fino al meritato raggiungimento della agognata cittadinanza Statunitense.
In modo bonario ma non estraneo alla vecchia convinzione della propria superiorità Ariana, la trama cercava di dimostrare che con un buon addestramento anche l’ immigrato più arretrato può farcela. Certo, il percorso è irto di difficoltà e Luigi fa spesso sorridere nei suoi tentativi grossolani di apprendere le elementari norme del vivere civile, che evidentemente gli mancavano. Con sforzi inumani riesce ad apprendere in modo soddisfacente i rudimenti della Lingua Inglese e li fa suoi al punto di ” dimenticare ” quella natale, insieme all’ ammasso di tradizioni primitive tipiche del popolo Italiano. Non mangerà più spaghetti ma hot dog. Non utilizzerà più il cespuglio per i bisogni corporali bensì la toilette.
E andrà a scuola come ogni bravo cittadino il quale, anche se svolge un lavoro umile, ha l’ obbligo di prendersi almeno un diploma di istruzione primaria. Peccato che il protagonista fosse tutt’altro che Italiano, costretto a tingersi i capelli e a indossare lenti correttive per camuffare l’ iride azzurra!
L’ attore J. Carrol Naish soddisfaceva pienamente i desideri del pubblico radiofonico che se ne costruì un’ immagine mentale talmente fuori dalla realtà che quando le foto dell’ attore furono su tutti i giornali non lo riconobbe e ne rimase deluso. Non restò quindi al povero Naish che rivestire anche nel quotidiano i panni dell’ immigrato Italiano, a godimento di tutti quelli che ne vivevano le vicende per radio ..e a proprio detrimento, a cause delle angherie che dovette sopportare da parte di chi ( tanti ) non lo riconobbero.

Luigi Basco
L’ attore in un manifesto pubblicitario

 

Qualche anno dopo la Disney, con il suo film Lilly e il Vagabondo
( 1955 ) riutilizzerà lo stereotipo dell’ Italiano corpulento e ignorante, di pelle scura e i capelli neri, ma gli concederà un che di romantico a supporto della tesi che gli Italiani ” non hanno midollo spinale e sono portati per nascita a fare i musicanti e i poeti. ”

 

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Ecco il cameriere Italiano con l’ organetto in compagnia del cuoco napoletano che suona un mandolino. I luoghi comuni si sprecano.

 

Almeno il cartoon non fece danni e anzi fu accolto dal pubblico con molto rispetto. Non si può dire altrettanto della buffa immagine dell’ Italiano trapiantato in America presentato nella pubblicità dell’ Alka Seltzer degli anni ’60 incarnati ( è proprio il caso di dirlo! ) da una coppia ben piazzata e stupidotta che rappresenta proprio due attori Italiani intenti a dire le loro battute. L’ uomo dovrebbe ingurgitare una polpetta e pronunciare una piccola frase ma, evidentemente rimbambito, continua a dimenticarla al punto che ingurgita una quantità impressionante di polpette ed è a rischio di indigestione. Basterà un’ Alka Seltzer a rimettere tutto a posto ma…l’ immagine forzata dell’ Italiano demente rimane comunque sullo stomaco..

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I due simpatici attori

 

All’ indomani del Film il Padrino ecco una deliziosa caricatura del Boss di Corleone nelle vesti di una bambina che riesce ad ottenere la sua Pepsi solo utilizzando la tipica voce rauca del gangster.

 

Carinissima ma… siamo già nel 2007!

 

I toni accesi si spengono lentamente ed ecco che l’ America integra finalmente l’ Italiano ormai Americanizzato nel proprio collettivo attraverso il personaggio di Fonzie nella fortunata serie televisiva Happy Days. Oppure col bellissimo e palestrato Tony Manero nel Film La febbre del sabato sera. O ancora con Joey Tribbiani nella recente serie Tv Friends.  Ma qui il processo di Americanizzazione ormai compiuto sembra agevolare questa inversione di tendenza.

Tutto superato quindi? Peccato che il brutto ricordo degli innumerevoli linciaggi degli Italiani in America sia ancora palpabile e vivo per le enormi ripercussioni che ebbe sulla storia del travagliato rapporto tra noi e gli USA….
( continua )

 

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