Italiani brutti sporchi e cattivi: emigrati in America


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In un periodo storico come quello che stiamo vivendo oggi, dove gli extracomunitari sono considerati a tutti gli effetti degli invasori e in cui i media spalleggiano i Governi per far tremare il mondo al suono della parola ISIS, credo sia giusto dedicare un po’ del mio tempo a riportare alla memoria dei lettori ciò che rappresentò l’ emigrazione Italiana all’ estero e le sue ripercussioni sulla storia Europea.
Ciò al fine di aiutare noi tutti a ricostruire quella scala di valori che abbiamo ormai perduto, e a chiamare le cose con il loro giusto nome: razzismo.
Chiaramente non si tratta di un unico concetto, perchè il fenomeno stesso del razzismo affonda le radici nella stupidità, nell’ avidità e nella sete di violenza. Una vera collezione di morbosità e orrori mentali che prescindono da qualsiasi concetto di ” razza “, in quanto ci accomunano tutti. Una distorsione di pensiero che ci divide anche nella nostra stessa Patria, dove purtroppo il riesumato termine torna a brillare sulle bocche di alcuni politici Italiani, che prima affermano e poi ritrattano, non avendo neanche gli attributi per arrivare fino in fondo.


In questo blog, dedicato alla storia della Vecchia America, mi soffermerò a illustrare soprattutto il doloroso cammino dei nostri connazionali in USA: tuttavia la mia onestà intellettuale mi esorta a non tralasciare anche i numerosi episodi di razzismo nei confronti degli Italiani in altri
Paesi del mondo, non escludendo neppure l’ Europa dove, pochi lo sanno, ma la xenofobia a noi diretta raggiunse vette insostenibili , tali da recare ancora disgusto .
Seguitemi quindi in questi oscuri capitoli che i libri di storia disdegnano di illustrare, e riviviamo i soprusi e le sopraffazioni che noi stessi infliggiamo oggi agli emigranti che ci chiedono soccorso.

Se pensate che le ondate xenofobe abbiano preso di mira soprattutto gi Italiani del sud, così ” piccoli e neri da non essere neanche considerabili di razza Europea “, vi sbagliate di grosso. In Australia, ad esempio, l’ intolleranza nei confronti dei Friulani e dei Veneti ,così alti e biondi ,stanziati nel Nuovo Galles del Sud è sempre stata evidente e palpabile, generando numerosi episodi di violenza ingiustificata paragonabili a veri e propri linciaggi. Grande responsabilità la ebbe una sistematica campagna razzista promossa dalla stampa che, alla vigilia del massacro più atroce della storia Australiana dipingeva i nostri connazionali come ” sporchi, bestie accampate a gruppi di dodici in baracche puzzolenti, lascivi e alcolizzati. ” Zingari “, insomma , o – se preferite- ” negri ”
La tragedia scoppiò a Kalgoorlie nel 1934 e assomiglia a tutte quelle miriadi di linciaggi contro gli Afro-Americani, i Cinesi e i Messicani tipiche di quegli anni contro il capro espiatorio di turno.
A Kalgoorlie nel 1893 era stato scoperto l’ oro. Ciò attirò una masnada di avventurieri , ma pochi fecero fortuna. Chi si arricchì veramente furono i proprietari delle miniere, per i quali lavoravano i poveri veri, di solito immigrati senza speranza come appunto gli Italiani devastati dall’ accorpamento in patria. Costoro parteciparono non solo all’ arricchimento delle Compagnie ma anche alla costruzione di opere colossali, come il mega acquedotto che portava ettolitri d’ acqua alle aride terre del Goldfield , fino alla costruzione della trans Australian Railway, che in pratica unificava l’ intero continente. Queste imponenti opere costarono la vita a centinaia di Italiani, decimati dalla tubercolosi o sepolti da frane, eppure la popolazione Australiana continuava a vedere gli immigrati come ” usurpatori ” e, proprio come pensiamo noi oggi degli extracomunitari, ” gente che gli rubava il lavoro “.
Tra il 1928 e il 1934 le Compagnie Minerarie assunsero circa 80000 lavoratori Italiani, che si piegarono a un lavoro assolutamente ingrato che nessuno degli Australiani in realtà voleva fare. Vi si adattarono per bisogno estremo: all’ epoca si diceva malignamente che se ci fosse stata richiesta di lavoro all’ Inferno gli Italiani ci sarebbero andati. Ciò, se da una parte accattivò loro le simpatie dei datori di lavoro, dall’ altro inasprì il rapporto con i colleghi Australiani.
La tragedia scoppiò, come spesso succede, per una scazzottata finita male tra un Italiano, tale Claudio Mattaboni, e un Australiano, un certo George Edward Jordan che in più era un atleta conosciuto e rispettato. Il motivo è ancora oscuro ma sembra che i due si siano presi a pugni  nel bar gestito da Mattaboni dove  l’ Australiano è entrato già ubriaco e che  poi Jordan sia inciampato e si sia tragicamente fracassato la testa sul marciapiede. Un incidente a cui nessuno credette, malgrado ci fossero testimoni oculari da ambo le parti.
La cosa finì per direttissima davanti al Giudice, che discolpò Mattaboni affermando che si era trattato di ” una tragica fatalità “. Ma gli animi degli Australiani erano troppo prevenuti ed esacerbati per rassegnarsi all’ idea dell’ incidente: un’ orda di gente si riversò al Kalgoorlie Wine Saloon, il bar dell’ incidente ritrovo degli immigrati Italiani, ed appiccò il fuoco costringendo gli avventori e il proprietario ad uscire dal locale. Qui costoro vennero picchiati a sangue mentre la folla inferocita saccheggiava e distruggeva The All Nation Boarding House, e poi Home for Home Hotel e via via tutti gli edifici del quartiere Italiano, che furono depredati e rasi al suolo tra lo sguardo indifferente della Polizia che si limitava ad assistere allo scempio.

I morti furono tre, tra cui lo stesso Mattaboni che fu linciato, più di trenta i feriti gravi e decine gli edifici e le case distrutti, con centinaia di sfollati che cercarono rifugio nel deserto.
I moti continuarono per tre giorni fin quando il 23 maggio 1934 il West Australian, il magazine più quotato dell’ epoca, accusò senza mezzi termini il Governo per quella rivolta, affermando che ” gli Italiani non avrebbero subìto quei danni se avessero potuto godere, come qualsiasi altro contribuente che pagava le tasse, della difesa della Polizia. ”
Altri particolari sul Kalgoorlie Riot potete trovarli nel libro The Mile that Midas touched, di Gavin Casey e Ted Mayman.

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Ecco come appariva dopo la devastazione Home for Home Hotel nel 1934.

Con la Francia le cose non sono andate meglio. Benchè moltissimi Italiani abbiano, dal ‘700 in poi, preferito la Patria della Rivoluzione per emigrare tuttavia i Francesi non hanno mai trovato di loro gradimento i nostri connazionali, ancora una volta considerati ” ladri di lavoro “.  L’ intolleranza e l’ insofferenza regnavano sovrane e bastava una piccola scintilla per innescare perverse reazioni a catena.
Ad esempio nel 1892 nelle saline di Aigues-Mortes si scatenò una terribile rappresaglia contro gli Italiani, che si adattavano a lavorare per un salario molto più basso di quello dei Francesi. Sembra che per qualche parola di troppo pronunciata contro gli Italiani questi ultimi abbiano perso il lume della ragione e si siano scaraventati contro i lavoranti Francesi. Non si sa se ci scappò davvero il morto tuttavia improvvisamente si scatenò una terribile ” caccia al’ Italiano ” che si rivolse anche contro chi non aveva nulla a che fare con la rissa. Gruppi di Francesi armati si diressero contro gli operai Italiani, che furono linciati e gettati nelle paludi. La stampa locale fu allertata ma, com’ era prevedibile, prese dichiaratamente le parti dei connazionali cercando anche di mascherare il numero delle vittime, dichiarandone solo otto . La Polizia non reputò opportuno interessarsi del caso, che fu archiviato malgrado le proteste delle famiglie delle vittime. Fu il Times di Londra a fare luce sulla questione, portando il numero dei linciati a cinquanta e accusando direttamente le Forze dell’ Ordine per la loro negligenza”.
In Italia le ripercussioni riguardo alla tragedia furono importanti con violente proteste di piazza anti Francesi, capeggiate dal giornalista Edoardo Scarfoglio 

Fu forse per questo che l’ anno dopo un anarchico Italiano, tale Sante Caserio, assassinò a Lione il Presidente Francese Sadi Carnot, tra parentesi non molto amato in patria: tuttavia la folla insorse contro gli Italiani distruggendo più di trecento esercizi commerciali e prendendo d’ assalto anche il Consolato Italiano. Ma la follia non si fermò qui: a Nancy, Marsiglia, Grenoble e Chambery si scatenarono altre rappresaglie contro gli Italiani, che furono letteralmente buttati fuori dalle mura delle città. Una reazione spropositata che nasceva dal forte sentimento anti Italiano e che si aggiunse a numerosi altri conflitti interni con gli immigrati, i quali tra il 1881 e il 1893 subirono decine e decine di attacchi per motivazioni non precisate e sicuramente futili.

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Ecco come il Petit Journal illustrava l’ assassinio del Presidente Santi Carnot

In Brasile, uno degli Stati privilegiati dall’ emigrazione Italiana, le cose girarono bene fino a che il regime Fascista, salito ormai al potere, non pensò di ideologizzare anche i connazionali all’ estero imponendo loro un modus vivendi che operò una netta frattura con gli ospiti Brasiliani. Quando camicie nere, fez e manganelli cominciarono a spuntare e si iniziò a prendere le distanze dalla ” razza negra ” i Brasiliani manifestarono apertamente la loro insofferenza fino a che, nel 1928, una folla inferocita assaltò la redazione del “Piccolo ” di San Paolo , testata ufficiale del PnF locale, linciando e appendendo per i piedi tutti i cronisti , rei di propaganda razzista anti Brasiliana. Fu una reazione abnorme e spropositata che si diresse malamente anche contro chi non aveva colpe, sulla scia di una xenofobia questa volta ingenerata da comportamenti errati e da una sudditanza psicologica nei confronti del Fascismo che non aveva ragione di esistere in quel benevolo
Paese.

Ma in realtà dovremmo indignarci per il rapporto vessatorio e decisamente razzista che la Svizzera ha sempre adottato nei confronti dei lavoratori Italiani, che dall’ Unità d’ Italia in poi costituiscono la spina dorsale della forza produttiva del Paese.
Nei nostri confronti sono state varate delle vere leggi razziali,
che hanno posto il lavoratore Italiano in una condizione subalterna rispetto ai colleghi Svizzeri, sia a livello salariale che esistenziale.
E’ del 1936 una legge Statale che autorizzava i datori di lavoro a pagare gli Italiani la metà di quanto percepivano gli operai Svizzeri e che imponeva ” all’ invasore Italiano ” vergognose restrizioni come ad esempio non poter prendere la parola in pubblico, il veto di cambiare datore di lavoro per 5 anni oppure l’ impossibilità di cambiare mansione per dieci anni. Chiaramente in questo lasso di tempo qualsiasi causa di lavoro, anche per motivi discriminatori e vessatori, rimaneva inascoltata. Inoltre era vietato agli Italiani portare la famiglia a Zurigo o a Berna ( città di maggiore presenza dei nostri connazionali in Svizzera) e, giacchè a lavorare erano spesso entrambi i coniugi, la conseguenza di questa ignominia fu che i bambini venivano ” parcheggiati ” in speciali Istituti al confine Italiano, dove era possibile per i genitori vedere i figli almeno per il fine settimana.
Ma non basta: dagli anni ’60 in poi decine e decine di referendum sono stati indetti in Svizzera al fine di ” legalizzare l’ espulsione degli Italiani ” reputati indegni di frequentare il suolo Svizzero.”
Leggete ad esempio questa perla di saggezza del 1969:

“Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ex guitto italiano. ”

Firmata James Schwarzenbach, un eminente politico del periodo ispiratore di ben tre referendum, non fu l’ unica voce anti Italiano. Ad esempio sempre nel 1969  Daniel Roth, proprietario del Schweizer Spiegel, il periodico Svizzero più seguito, affermava:

«Non sono razzista, sono realista, gli operai stranieri costituiscono una massa informe che non può integrarsi per tradizioni culturali, religiose e politiche e non è colpa nostra se provengono da paesi dove il disordine sociale è norma, dove scioperi, manifestazioni, rivolte sono all’ordine del giorno. La nostra è una piccola nazione tranquilla e tenere in casa gente del genere rappresenta un pericolo. Conosco bene la razza mediterranea e dalla Provenza in giù esiste un confine, un popolo diverso, gente in grande parte sottosviluppata e che in piccola parte appena può ricordare gli svizzeri»

Questo coro oltraggioso fu alla base , lo stesso anno, di un ignominioso episodio nei confronti di un povero operaio Valtellinese , tale Attilio Tonola, ucciso per strada a calci e pugni davanti agli occhi di tutti da tre balordi ubriachi che nel colpirlo gli urlavano contro ” caiba cincali “, cioè ” sporco Italiano “.
Il Tonola era un operaio tranquillo, sposato e padre di quattro figli, che semplicemente tornava a casa a piedi dal lavoro.
La cosa finì davanti al Giudice il quale ” interpretando il sentimento collettivo degli Svizzeri, ormai oppressi dai lavoranti Italiani “, liquidò la cosa con condanne ridicole e definitivamente congelate in appello, tra il plauso di stampa e politica che elogiarono la magistratura di Coira per il ” forte sentimento nazionalista “.
Chiaramente la vedova e i figli non furono risarciti in quanto
” non vi fu reato “.
Non fu un caso isolato. Tantissimi sono stati, in oltre cento anni, gli omicidi a sfondo razzista contro gli Italiani. Vi invito a leggere questo interessantissimo post, che vi illustrerà la situazione al completo.

Attilio Tonola

La storia di Attilio Tonola è raccontata in un bellissimo disco di cui potete ascoltare un’ anteprima su youtube. Clicca sulla foto

Se le decine di referendum di matrice razzista non andarono in porto non fu certo per il senso civico di quei pochi Svizzeri che non erano dello stesso pensiero, bensì per la massiccia risposta degli Italiani alle urne. In definitiva la xenofobia Italica è una costante per gli Svizzeri, che riempiono ancora oggi le strade di vergognosi manifesti anti Italiani, dipingendoci come ratti che mangiano a sbafo e campioni di criminalità. Un po’ come facciamo noi nei confronti degli immigrati Africani . Lustriamoci gli occhi con alcuni di questi manifesti di  qualche anno fa: carini, vero ?

Ma da cosa deriva la pessima fama che ci ha sempre preceduto nelle nostre emigrazioni? Da dove nasce la pessima reputazione di ” Italiano brutto, sporco e cattivo ” che da sempre ha costituito il substrato dell’ antipatia nei nostri confronti? Se la cultura Italiana, con i suoi Dante, Michelangelo e Da Vinci, è sempre stata osannata oltreoceano e in tutta Europa come mai gli Italiani all’ estero hanno dovuto subìre infamanti angherie e per essere relegati all’ oscurità di servi della gleba?
Molti fattori hanno contribuito a renderci invisi e furono proprio gli insigni viaggiatori come Defoe, Shelley, Twain e Goethe che nei loro giri turistici in Italia ne hanno dette di cotte e di crude sul nostro conto, descrivendoci al mondo come immorali, sporchi e dediti all’ accattonaggio Diavoli in terra che tuttavia erano in grado di regalare ai posteri opere letterarie magnifiche, scoperte scientifiche eccezionali e meraviglie della tecnica che da sole avrebbero dovuto farci balzare agli eterni onori dell’ Olimpo.
Il tour in Italia, per i letterati Europei, fu per tre secoli una tappa obbligata, una vera palestra di vita vista come completamento educativo e dovere sociale, atto ad ampliare i propri orizzonti intellettuali e a temprare il carattere dell’ individuo. Fu un fenomeno senza precedenti che iniziò più o meno con la pace di Cateau Cambresis del 1559 che aprì le frontiere del nostro Paese e che terminò nella seconda metà dell’ 800, proprio alla vigilia dell’ unificazione d’ Italia che in pratica frantumò in un sol colpo la fervida vita culturale del mezzogiorno.
In questo tour l’ Italia, agli Inglesi puritani e ai rigidi Germani, apparve come un covo di vizi, un ricettacolo di virtù eccelse e storpiate dalla perdizione della carne, un popolo sui generis da venerare nella sua cultura e da rigettare dal punto di vista sociale.
Proprio Daniel Defoe, papà di Robinson Crusoe, scrisse :
“La lussuria ha scelto la torrida terra d’Italia. Dove il sangue fermenta generando stupri e sodomia».
Cento anni prima , all’ alba del 1600, il Francese Henri Estienne
affermava : “Se si deve parlare di una scuola nella quale Abele possa apprendere l’arte di diventare Caino, l’Italia è il posto adatto»
Stendhal, rincarando la dose, consigliava ai suoi amici letterati di
” fare testamento, mettere ordine nei propri affari e prendere la comunione ” prima di sbarcare in Italia.
Mete preferite dei viaggiatori Europei erano Firenze, culla del Rinascimento, ma anche Torino, Venezia, Genova e chiaramente Roma. Pochi visitano Napoli, sulla scia di avvertimenti come questo, che è del francese Creuzé de Lesser :
“«L’Europa finisce a Napoli e vi finisce piuttosto male. La Calabria, la Sicilia e tutto il resto è Africa».
Goethe invece sembra folgorato dalla bellezza del meridione e soprattutto della Sicilia, elencandone le meravigliose meraviglie architettoniche e ambientali.
Peccato però che la popola di Diavoli ” neri, sporchi e incivili ” e che tale concetto lo esprima a ripetizione nel suo saggio Viaggio in Italia, un vero bestseller dell’ epoca!
Non mi esprimo in merito ai giudizi malevoli espressi da tali menti insigni, che probabilmente erano molto acute nell’ osservare i difetti degli Italiani e orbe nei confronti di quelli di casa loro. L’ Inghilterra dell’ 800 è famosa per la sporcizia delle sue strade, la completa assenza di reti fognarie e il trattamento inumano nei confronti della classe operaia. La Germania e l’ Austria , sebbene più attente alla salute pubblica, cullano con amore i fetidi concetti di arianesimo ed eugenetica che avrebbero contaminato l’ intera Europa.. E se proprio vogliamo parlare di immoralità e di pessimi costumi l’ Italia avrebbe potuto prendere lezioni dalla Francia e dalla acclarata tradizione di Monarchi che l’ hanno sfasciata sulla spinta umorale…del proprio pisello.
Comunque sia sul finire dell’ 800 alla fama di viziosi, sporchi e accattoni si aggiunsero pericolosamente altri concetti che contribuirono non poco a danneggiare definitivamente l’ immagine del popolo Italiano. E’ tragicamente divertente che tali pregiudizi vennero coniati soprattutto dall’ America e fra poco vi renderete conto del perchè.

A) Gli Italiani sono violenti, armati e dalla rissa facile.

Se pensiamo che l’ America era appena uscita dal Far West, dal genocidio Indiano e dalla giustizia sommaria ci sembra quanto meno ridicolo un tale pregiudizio nei nostri confronti. Soprattutto se pensiamo che il linciaggio pubblico, un mezzo molto diffuso in America per impartire ” la Giustizia “, è stato praticato con il beneplacito delle Forze dell’ Ordine fino ai giorni nostri e sembra che, in alcune carceri di sicurezza, sia ancora largamente praticato.
Gli Americani, che vanno in giro armati ancora adesso e che come primo regalo ai propri figli comprano una pistola, consideravano gli immigrati Italiani ” soggetti pericolosi in quanto dotati di coltello “.
Si trattava di un vezzo ma anche di una necessità, perchè il coltello sostituiva egregiamente le posate di cui gli Italiani erano sprovvisti, ed era un bene primario estremamente duttile nel quotidiano ma anche un sistema efficiente di difesa. Non dimentichiamo i numerosi pericoli a cui andavano incontro gli immigrati, catapultati in una realtà allarmante, circondati da poveracci più disperati di loro in continua lotta per la sopravvivenza, soli, incapaci di parlare Inglese e alla mercè di chiunque. Le risse tra Italiani erano frequenti ed è vero che molti, strangolati dalla fame, si scannavano tra di loro oppure brandivano un coltello come arma per furto e rapina. In ciò erano in buona compagnia perchè di straccioni morti di fame che l’ America spremeva come schiavi lasciandoli tuttavia nell’ estremo bisogno ce n’ erano tanti e di tutte le nazionalità. Insieme a Cinesi, negri, Spagnoli , Nativi e Messicani anche gli Italiani sgomitavano per sopravvivere e non di rado soccombevano. Furono i marinai Inglesi, sul finire del ‘700, ad accomunare tutti gli immigrati di pelle olivastra che sbarcavano in America con il nomignolo dispregiativo di Dago, una storpiatura del comunissimo nome Diego. Equivaleva a dire che tutti i mezzo sangue appartenenti alla feccia di carnagione scura erano uguali.
Il nomignolo poi si incollò indelebilmente agli Italiani anche se oggi, nel vocabolario Inglese, lo trovate come ” termine dispregiativo atto a indicare le popolazioni Latine o Spagnole. ”
Quindi quando trovate in giro che il termine Dago proveniva da Dagger ( pugnale ) o dalla Daga Romana sappiate che è storicamente errato.  IN seguito forse ci fu una translazione dell’ aggettivo, ma l’ etimologia primaria del termine è questa.

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Ecco come ci descrivono gli Americani in una vignetta del 1888, in cui si propone anche un metodo definitivo per la ” soluzione del problema Italiano “. Per maggiori info cliccate sulla foto

( continua )

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