Moche : tra sesso e morte


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Molto prima dell’ arrivo di Cristoforo Colombo , nel periodo in cui l’ Impero Romano si avviava alla decadenza e il resto dell’ Europa era immerso in un buio Medioevo, in America un popolo poco conosciuto ma ispiratore per quelli che sarebbero venuti dopo era dedito alla propria religione fatta di sesso. Sto parlando dei Moche o Mochica, che si stabilirono in Perù tra il 100 e il 750 d.C. e la cui origine etnica è ancora dubbia. Quello che si sa di loro lo dobbiamo al ritrovamento di una montagna di suppellettili e oggetti di uso domestico, oggi esposti nel museo di Lima in sale..vietate ai minori.

Il motivo di questo divieto è molto semplice: abili ceramisti e scultori i Moche rappresentavano nella loro arte gli aspetti più importanti della loro vita che, gira gira, ruotava quasi esclusivamente sul sesso. E non si tratta delle normali raffigurazioni falliche connesse ai rituali di fecondità che troviamo in tutte le civiltà del passato: qui il sesso si allarga a pratiche completamente diverse e ad ampio raggio, che comprendono rapporti orali, anali , masturbatori e orge di gruppo e che abbracciano non solo la sfera umana ma anche quella animale , riuscendo ad arrivare perfino agli Dei. Una vera esplosione di sesso in cui gli aspetti goderecci si incrociano pericolosamente con perversioni vere e proprie e che purtroppo degradano verso pratiche estreme , in cui il sado-masochismo scivola nell’ omicidio.

Moche fellatio

La fellatio è uno dei temi ricorrenti nell’ arte dei Moche, ed è anche quella più liberatoria. Il caratteristico anello di prensione aumenta la maneggevolezza dell’ oggetto, che in questo caso ha funzioni puramente decorative.

 

IL famoso archeologo Maximo Terrazos, che più di 50 anni fa scoprì e catalogò le 1500 ceramiche nascoste in un seminterrato del Museo di Lima, riferisce di essere rimasto profondamente sorpreso e inorridito alla vista dell’ intera produzione. Tutti quei vasi, i boccali, i gioielli prelevati dai sarcofaghi ritraevano in pratica scene porno, tra cui spiccavano accoppiamenti con ranocchie ed ermafroditi ma anche con neonati e..scheletri. Proprio così: privato quasi del tutto della naturale componente fecondatoria il sesso, tra i Moche, si colorava di necrofilia, pedofilia e assassinio rituale, che venivano raffigurati nei minimi dettagli e senza tradire alcuna pietà.
Alcune di queste pratiche erano talmente abominevoli che perfino gli Incas e gli Aztechi, che pure utilizzavano i sacrifici rituali su larga scala, le vietarono rigidamente.
Gli scienziati e gli storici si sono interrogati a lungo sulle motivazioni profonde di queste perversioni, che costituivano un fenomeno di massa ben regolamentato tra i Moche e che riguardavano tutte le classi sociali, senza distinzione di età, di sesso o di condizione fisica.
Oggi quello che sappiamo della loro cultura è tutto racchiuso nell’ arte pittorica e scultorea, giacchè questo popolo ignorava completamente la scrittura. Il quadro risultante è spaventoso: si trattava di una civiltà dominata e oppressa da un potere assoluto rappresentato non specificatamente da un Re bensì da Sacerdoti – Guerrieri , strettamente imparentati con Dei oscuri dalle sembianze bestiali.
La divinità principale, ad esempio, era l’ambiguo Ai Paec, che in origine nasce come dio del sole dispensatore di luce e di fertilità ma che in una fase successiva discende negli Inferi per combattere contro le divinità marine, in particolare contro i polipi e i frutti di mare che in ogni religione arcaica rappresentano la fecondità e le forze oscure che dirigono il concepimento.

Ai Apaec, Moche

Ecco il Dio Ai Apaec in una delle prime trasmutazioni. Il Dio originario non era cattivo ma anzi era protettore delle messi e dell’ agricoltura. In seguito divenne ” Il Decapitatore “, la divinità più temuta tra i Moche, costantemente assetata di sangue. Cosa successe?

Il Dio ne esce vittorioso ma trasmutato: la corruzione con la materia lo ha reso distruttore e assetato di sangue, definitivamente dominato dal perverso rapporto sesso-morte che genera nell’uomo una profonda e peccaminosa eccitazione. Perduta o accantonata l’ immagine celeste Ai Paec diventa ” IL boia, l’ Assassino “, e conduce l’ uomo ad azioni lascive che, tuttavia, nascondono dentro di se il germe della resurrezione. Per i Moche la sessualità portata all’ estremo e in comunione con gli altri liberava enormi quantità di energia in grado di stendere un ponte di comunicazione tra la sfera umana e quella celeste, e permettendo all’ umanità di raggiungere gli Dei. Il sesso privato degli orpelli socio- culturali e ricondotto alla sua natura bestiale permetteva all’ individuo di raggiungere l’ eccitazione suprema e di liberarsi dalle catene della dimensione terrena.

Qui trovi tutte le fasi del cambiamento del dio Ai Apaec

 

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Un tale stato di eccitazione, tuttavia, si ottiene anche attraverso il dolore, inflitto o subìto, e dispensando la Morte: meglio se in maniera cruenta, articolata e in seguito ad una lunga agonia. E’ proprio in quest’ultimo passaggio che i Moche si distinguono dalle altre civiltà Precolombiane . L’assassinio non è solo sacrificio agli Dei ma MEZZO orribile di eccitazione del popolo, che gode alle torture orribili praticate sulle vittime, partecipa attivamente non demandando il sacrificio ai soli Sacerdoti e agisce in una vera e propria comunione, che culmina con orge assatanate sui corpi insanguinati o con la folla impazzita che ne beve il sangue , accuratamente raccolto in calici a forma di fallo eretto. Ciò che assistiamo nei rituali Moche non ha eguali in altre civiltà precedenti o successive e genera ancora molti dubbi sulla loro natura, sulla genesi di questi atti perversi e sulle figure dominanti della loro cultura. Ci si interroga se il disprezzo per la sacralità del concepimento e della vita stessa, se l’indugiare su pratiche sodomite che negano il concetto di maternità e se la componente necrofila che è una costante nei rituali collettivi non siano state utilizzate come arma di controllo psichico e demografico, allo scopo di detenere un potere più che assoluto in quanto poggiava sugli aspetti più abbietti della natura umana.

 

Sodomia, Moche

La sodomia tra i Moche era molto praticata e rappresentava un elemento essenziale nella loro cultura. La funzione era ambivalente: fonte di piacere ma anche strumento di sottomissione nei confronti dell’ altro. Non trascurabile l’ aspetto dissacratorio di un atto che, benchè non infrequente tra gli animali, è tuttavia spesso esecrato tra gli esseri umani. In questa foto un vaso Moche con chiara immagine sodomitica tra due uomini. Ma il coito anale era praticato comunemente tra uomini e donne, donne munite di fallo e con gli animali. Nella pratica erano contemplati anche i bambini e, ove possibile, i lattanti.

Sicuramente nell’ intera produzione artistica a nostra disposizione, che comprende pezzi di encomiabile fattura sia in ceramica che in oro e argento, la raffigurazione del sesso anale è preminente. I particolari del coito sono ben evidenti, ed è quindi facile notare che non si tratta di rapporti tra omosessuali bensì tra coppie eterosessuali, e ancor più tra un uomo e due donne o una donna e due uomini. L’ano riempito dal fallo viene rappresentato con incredibile minuzia, quasi a sottolineare la natura sodomita del rapporto. Anche la vagina in contrazione orgasmica è ben caratterizzata, e non lascia spazio al dubbio.

Moche, vagina dilatata,

La vagina dilatata e anche le contrazioni orgasmiche femminili sono un tema ricorrente nella iconografia Moche, che la utilizzavano da supporto per vasi, contenitori e calici. Era quindi frequente l’ atto di bere vino da un calice come questo, in cui l’ imboccatura era costituita da una vagina aperta. L’ immagine si riferiva anche a neo partorienti , che venivano spesso utilizzate in pratiche post parto di stampo collettivo in cui la donna poteva essere consenziente o meno.

La enorme quantità di richiami alla sodomia lascia perplessi: sicuramente non ci si trova davanti a rituali di fecondità. Ancor più dubbia è la raffigurazione dei numerosissimi amplessi tra vivi e morti, anche qui con dovizia di particolari: queste scene di sesso estremo tra scheletri e donne anche gravide sono presenti in tutta la produzione funeraria, e sono stati rinvenuti oggetti pornografici di questo tipo nelle tombe dei bambini, e perfino dei neonati. Ciò starebbe ad indicare che gli oggetti in questione non erano legati alle attività naturali del soggetto in vita, ma forse si tratta di oggetti simbolici e pseudo-mistici. Fino a qualche tempo fa si è ipotizzato che queste pratiche necrofile, non solo sesso di vivi con i morti ma anche masturbazioni di donne con pezzi di osso umano, fossero legate all’anelito di resurrezione del defunto e alla costituzione di una sorta di comunione spirituale con esso. Tuttavia non tutti gli studiosi sono concordi su tale teoria: oggi si considera la possibilità che la necrofilia tra i Moche non abbia risvolti spirituali ma esclusivamente libidinosi o, peggio, sia legata a concezioni di spregio della sacralità della morte. Più o meno ciò che succede nell’ambito del Satanismo, ove il demone istiga le sue vittime a compiere atti blasfemi per perdere l’anima dell’individuo e legarla a se attraverso il forte senso di complicità che ne scaturisce.

Moche, culto dei morti,

Qui il richiamo al morto vivente è molto chiaro. Il corpo dei morti, in qualsiasi stato di putrefazione e anche ridotto a scheletro, era spesso oggetto di feticismo tra i Moche, che lo utilizzavano anche nei loro rapporti sessuali. Il morto veniva dunque coinvolto nelle pratiche dei vivi, quasi a infrangere un tabù e a costruire un ponte virtuale tra la dimensione terrena e quella dell’ Al Di LA’. O piuttosto si trattava di pura necrofilia senza alcuna componente mistica?

Un aspetto molto importante e che la dice lunga sulla cultura e le abitudini sessuali dei Moche riguardano l’ uccisione su larga scala di vittime che, almeno fino a pochi anni fa, venivano considerate prigionieri di guerra. E’ facile ravvisare scheletri di queste ultime, uomini donne e bambini, sgozzate, mutilate e infine lasciate a marcire disseppellite in pozzi che poi la pietà delle sabbie ha sepolto. Per quanto crudele possa apparire il costume del sacrificio rituale di prigionieri di guerra era abbastanza consueto e rientrava in regole non scritte ma estremamente diffuse nelle civiltà antiche. L’assassinio su larga scala aveva innanzitutto una valenza pratica. Non era possibile infatti nutrire centinaia e spesso migliaia di schiavi prelevati dalle terre conquistate. Alcuni venivano venduti, soprattutto le donne, ma i più finivano trucidati “ per necessità “. Aspetto non trascurabile del sacrificio pubblico , inoltre, era quello di incutere terrore nei vinti, sedare eventuali ribellioni e operare un transfert efficace sulla popolazione che “ distruggeva fisicamente il nemico “. Trovandosi quindi nella posizione di spettatore quanto di boia attivo, perchè complice dell’ eccidio, il popolo veniva chiamato in prima linea e gli assassinii pubblici utilizzati come arma di dominio su di esso. . In tal senso l’ enorme quantità di scheletri di vittime di guerra rinvenute al di sotto delle grandi Piramidi e delle costruzioni dominanti dei Moche, Il Tempio del Sole e quello della Luna, era da considerarsi “ normale “ anche se decisamente “ fuori dai limiti “. Tuttavia le nuove scoperte di 2 anni fa da parte della Dottoressa J. Maria Toyne della University of Central Florida di Orlando, che ha analizzato per 5 anni i resti delle tombe Moche, ha rivelato particolari macabri sorprendenti.

Moche, vittime sacrificali,

Ecco i muri interni della piramide di Illima, che mostra la lunga fila di vittime incatenate trascinate attraverso i grandi corridoi fino alle vasche della ” presentazione”. Le immagini sono a grandezza naturale .

La scienziata ha esaminato gli isotopi dell’ ossigeno nei resti delle ossa e dei denti dei morti, la cui analisi permette di risalire senza ombra di dubbio al tipo, la localizzazione e la qualità dell’ acqua bevuta dalla vittima fino a pochi giorni prima della sua morte. Il raffronto tra i vari tipi di acqua presenti su quello che era il territorio Moche e altri molto lontani da esso hanno permesso di determinare che le vittime erano locali e che quindi le numerose fila di prigionieri torturate e mutilate nei sacrifici rituali ben ritratti nelle ceramiche e nelle effigie murarie erano fratelli dei loro boia.
In ciò i Moche si distinguono nettamente da tutte le altre civiltà antiche, Pre-Colombiane e non. Gli omicidi non erano elitari, cioè non riguardavano persone di spicco, nobili, dignitari o personaggi illustri che potevano essere più o meno coinvolti in guerre del Trono o di successione ereditaria: qui si parla di spedizioni di cattura inviate al solo scopo di rastrellare prigionieri, sull’ intero territorio, senza alcuna distinzione di sesso età o condizione sociale, per darli in pasto alla ferocia della folla e sottometterli all’ ignobile gioco del “ sesso e morte “.
Il perchè resta ancora un’ incognita che il condizionamento occulto sulle folle non basta a giustificare.

Moche, vittime sacrificali,

Vittime sacrificali ritrovate sotto il Tempio della Luna. Si tratta di giovanetti sgozzati, scarnificati e infine lasciati marcire alle sabbie del deserto.

L’ assassinio efferato che scatena eccitazione ed orgasmo, induce al sesso sfrenato e libera da qualsiasi tabù non poteva avere luogo senza una partecipazione costante e sentita dal popolo che, evidentemente, era disponibile e felice di tali crudeltà. Molti archeologi hanno tentato di assimilare queste ignominie in credi religiosi atipici, in cui la cosmogonia rappresentasse un fulcro indispensabile. Questo almeno è ciò che sostiene Carlo Wester La Torre, che afferma “” I prigionieri di guerra venivano sacrificati per attirare la benevolenza degli dei e mantenere la stabilità economica, politica e sociale del villaggio”, I Moche infatti credevano che i tre mondi, quello della Terra, del Cielo e dei Morti, fossero intimamente collegati tra loro , in un equilibrio instabile che dovesse essere rinforzato dal sesso in ogni sua pratica, anche estrema. Tuttavia sostenere che “ il sesso fosse il motore che permetteva ai tre mondi di restare in contatto “ appare, alla luce delle scoperte della Dottoressa Maria Toyne, quasi una forzatura. I Moche non si limitavano a uccidere, ma portavano la tortura, la mutilazione e lo scempio della vittima all’ apice della crudeltà e della perfezione, spettacolarizzando l’ assassinio, allungandone i tempi a dismisura e utilizzandolo come pratica educativa sui bambini, che venivano quindi forgiati nel godimento del sangue, nel disamore nei confronti del proprio prossimo e nell’ obbedienza unica alla pulsione selvaggia dei propri istinti. Insomma una fucina infernale di nuovi boia che non avrebbero mai avuto freni nella propria vita e che sarebbero stati condizionati per sempre nel quotidiano dal ricordo degli scempi visti ed effettuati.

 

Moche, corridoio della morte,

Ecco uno dei corridoi della morte, dove le vittime passavano in fila legate le une alle altre, per essere sacrificate. Ai lati del corridoio le grandi vasche di raccolta del sangue, ove la folla si radunava per straziare a brani i prigionieri.

Un contrasto assurdo, se si pensa che la civiltà Moche era colta, raffinata, creatrice di grandi opere architettoniche,ricca di abili marinai e sottili scienziati., portata all’ astronomia e alla matematica e, oltre ad ogni cosa, dotata dell’ arte della scrittura: un dono non comune per le civiltà antiche! Come i Romani i Moche erano ideatori di acquedotti monumentali, in grado di offrire acqua corrente nelle abitazioni civili; di ciò ne beneficiava in particolar modo l’ agricoltura, con l’ utilizzo di bacini e canali che permettevano ai Moche di coltivare in qualsiasi stagione e di non soffrire mai la fame. Le loro risorse economiche era talmente grandi che il territorio poteva ospitare senza sforzo più di 25000 individui in perfetta salute…un record per quei tempi!
Ciò che li spingesse ad una condotta di vita così blasfema non era quindi la necessità o un bisogno, a meno che questo non fosse psichico e mentale. Si trattava quindi di popolazioni congenitamente propense al Male o piegate ad esso da un qualche arcaico patto con divinità infernali? Da cosa nasce questo spasmodico desiderio di sangue, un elemento sempre presente nella loro religiosità morbosa?

Moche, oreficeria,

Risale al 300 d.C. questa bellissima opera in oro massiccio raffigurante il Dio Ai Apaec. I Moche erano abilissimi fabbri e orefici e le loro opere sono di una perfezione sorprendente anche per i tempi attuali.

Alcuni scienziati sostengono che il dissanguamento delle vittime o comunque la ricerca del loro sangue da conservare, bere o di cui cospargersi, nascesse dall’ esigenza di placare la furia del  El Nino, un fenomeno alluvionale frequente che minacciava di distruggere l’ intero territorio  ( come poi probabilmente avvenne )  . IN definitiva l’ offerta di sangue non era infrequente tra le civiltà arcaiche e rappresentava il massimo pegno di un individuo nei confronti della Divinità.
il sangue come simbolo di vita , estratto dal corpo ancora caldo di una vittima umana o animale “ obbligava “ in un certo senso il Dio a volgere gli occhi verso l’ oblante. Tra i due nasceva quindi un “ patto “, poi traslato nelle civiltà moderne come “ vendita della propria anima “, il che risolveva il dramma dell’ assassinio per rivolgersi ad una dimensione più spirituale dell’ offerta. Ma ancora una volta nei Moche questa pratica sembra assumere contorni meno netti e abitudine più aberranti. L’iconografia di questo popolo è pieno di immagini truculente che chiariscono anche troppo bene l’ uso del sangue nella loro civiltà; esso era elemento prezioso e orgiastico, tale da allontanarne l’ immagine di “ dono “ e assumere le tristi sembianze di “ scempio e dissacrazione “.

Moche, omicidio lattante,

Questo vaso rappresenta una donna che porta sotto il braccio sinistro un neonato evidentemente sgozzato. La mano sulla bocca sta forse a indicare la consapevolezza dell’ omicidio, che va occultato ma sicuramente non rinnegato, visto che è ben raffigurato,

Le vittime infatti non venivano semplicemente dissanguate, sgozzate o decapitate, come fu , ad esempio, in uso più tardi tra civiltà pur cruente come gli Incas e i Maya. I prigionieri venivano il più delle volte scarnificati vivi, non solo con oggetti appuntiti e coltelli bensì il più delle volte con i denti, letteralmente “ dati in pasto “ alla folla eccitata e urlante che ne faceva a brani le carni e sguazzava liberamente nel loro sangue. Purtroppo gli archeologi sono ormai certi di questa pratica, che non ha nulla di normale e che si avvicina moltissimo al cannibalismo, pur senza presentarne i medesimi significati simbolici di comunione che troviamo in altre civiltà arcaiche. I poveri resti di migliaia e migliaia di vittime rinvenuti nella antica città di Illimo, centro di offerta e sacrificio, hanno chiarito tutti i particolari dell’ esecuzione attraverso lo studio delle ossa e delle truculente immagini alle pareti di cui l’ intera città era piena. I condannati venivano fatti sfilare, a centinaia insieme, attraverso lunghissimi corridoi di pietra , derisi e picchiati dalla folla e infine portati, una ad uno , in larghissime vasche “ di raccolta “ dove venivano legati e dove subivano “ il sacrificio “.

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Prima però venivano somministrate loro bevande ricche di sostanze psicoattive e anticoagulanti, atte a renderli svegli e attivi e a far sì che il loro sangue non si coagulasse ma scorresse a larghe pozze nelle vasche. La popolazione, inoltre, era edotta nelle pratiche di scarnificazione e non si limitava a farli a pezzi con le mani e i denti: intima conoscitrice dell’ anatomia umana i condannati venivano colpiti e divorati in zone inizialmente non letali, al solo scopo di prolungarne il sacrificio e dissanguarli completamente. In tutto ciò molti si accoppiavano freneticamente, gli uni sugli altri, eccitando a dismisura la folla e coinvolgendo anche i bambini e perfino i neonati in pratiche sadomaso che nulla hanno a che vedere con la sanità mentale. Infine il sangue , ricco di umori derivanti dagli amplessi, veniva raccolto nelle vasche  e riversato in ampi tini e infine bevuto in comunità al festino serale che seguiva il sacrificio,.offerto in deliziosi calici intarsiati raffiguranti lo stesso scempio che si era consumato poco prima. Accadeva quindi che il sangue delle vittime venisse bevuto facendolo scorrere attraverso falli o vagine dilatate finemente cesellate, da oggetti che costituivano il corredo domestico della popolazione.

Moche, sacrificio umano,

Ecco una ragazzina adolescente che reca ancora in testa la corona di foglie che simboleggiava il sacrificio. La vittima ha il costato aperto, da cui fu prelevato in vita il cuore. Fu poi messa in posizione fetale in una buca scavata ai piedi della Grande Piramide di Sipàn, accanto a oggetti di uso quotidiano, pietoso atto che serviva ad alleviarle il cammino verso la dimensione ultraterrena. Forse una delle rare vittime di elite,

Altra modalità per raccogliere il sangue delle vittime era quella di depositare il prigioniero nella vasca, legarlo e aprirgli l’ addome esponendone le viscere. Si lasciava poi che gli uccelli rapaci banchettassero con le sue carni, non prima però di averlo ben riempito di cibo allo scopo di rendere le sue carni “ più appetibili “ e avergli somministrato bevande anticoagulanti . Il supplizio poteva così durare giorni, a volte anche settimane, poichè al condannato veniva offerto ogni tipo di “ cura “ per mantenerlo in vita il più possibile, ben sveglio e urlante.
Queste erano solo alcune delle “ raffinatezze “ di cui erano capaci i Moche, venute galla con orrore solo pochi anni fa . Moltissimi degli oggetti di cui ho parlato e le mostruose raffigurazioni degli omicidi, che i Moche chiamavano “ presentazione “ sono oggi raccolti nel museo archeologico Bruning, in Perù, ma chiaramente . NON accessibili a tutto il pubblico.

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Ultimamente si sta facendo strada la teoria che  il binomio sesso morte con tutte le conseguenze che ne derivavano affondasse le radici nell’ esigenza parossistica di mantenere in  attività il fenomeno del  ” terzo occhio “, una credenza che oggi ha anche basi scientifiche e che per moltissime popolazioni arcaiche, dall’ America all’ India al Tibet alla Cina,, rappresentava quasi un culto primordiale.  In ciò poteva avere compartecipazione  il fenomeno del Nino, che con i suoi mutamenti climatici  aveva costretto le antiche civiltà a cambiamenti radicali nelle  abitudini di vita, con conseguente atrofizzazione delle capacità mentali e neurologiche legate alla ghiandola pineale, probabilmente  la vera sede del terzo occhio.  Che in America si fosse stabilito da tempi immemorabili questo culto è ormai risaputo e documentato, e ne abbiamo testimonianze in moltissime vestigia del passato appartenenti a popolazioni  precedenti ai Moche, dagli Olmechi ai Toltechi  agli Zapotechi, per arrivare alla mitica Atlantide e oltre.  Benchè le capacità legate al terzo occhio siano sempre stati individuate come di origine spirituale e mistica, tuttavia non è infrequente reperire esperienze di trance collettiva per risvegliarle, attivate da grandi fonti di energia psichica sprigionate attraverso la copula .  In situazioni estreme, innescate da condizionamenti religiosi o per frenare tragedie di origine naturale ( vd. El Nino ) la miglior fonte di energia era quella scatenata da esperienze disinibitorie di massimo grado, quale poteva essere la tortura, l’ immersione nel sangue e infine il sacrificio umano su larga scala.

Moche, terzo occhio, civetta,

Terzo occhio, al centro della fronte, raffigurato dai Moche come civetta, un animale che indicava la dualità maschio femmina presente in ogni individuo. Ritroveremo poi lo stesso concetto come Two Spirits anche tra gli Indiani del Nord America.

 

Moche, terzo occhio, uomo che si risveglia, sole nascente,

Terzo occhio rappresentato qui come sole nascente. Questo pezzo faceva parte di una campana d’oro e si trova nel Museo Tumba Reales in Perù. Rappresenta un uomo che si risveglia: il significato è chiarissimo

 

Che fine fecero poi i Moche?  Probabilmente spazzati via da una delle furiose alluvioni di El Nino intorno al 550, come sembrano indicare le sabbie tra i siti di Sipàn e Pampa Grande.

Restano comunque uno dei più grandi enigmi della storia dell’ umanità, su cui dobbiamo fortemente riflettere al fine di evitare , sulla base di condizionamenti occulti ma OGGI estremamente presenti, di scivolare forse nella stessa follia

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