Old America: il Natale vien mangiando..


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(continua)
Con colpo da maestro Robert Carter III iniziò la sua opera di convincimento puntando sull’ alta borghesia di origine Inglese che aveva portato con se le sue nostalgiche serate di Natale trascorse in patria. Si trattava chiaramente di casi isolati. coloni e piccoli proprietari terrieri che amavano trascorrere le Sacre feste in allegri e familiari convivi in cui , tra Inni e canti, troneggiavano ostriche e selvaggina, pane cotto al forno e indimenticabili crostate. Qui il passatempo preferito era la caccia e le escursioni a cavallo da cui, comunque, erano esclusi servi e bambini. L’ usanza del regalo era estremamente limitata e non riguardava assolutamente la prima infanzia, che doveva comunque essere grata di un buon allestimento di dolciumi. La sera della Vigilia , dopo la tradizionale partecipazione alla Sacra Messa, i gentiluomini Virginiani si sedevano con le loro consorti accanto al fuoco magari leggendo ad alta voce buoni libri di letteratura.


Il giorno di Natale , invece, era tutto un brulicare di servi indaffarati e carrozze in arrivo per il tradizionale pranzo a cui i bambini erano bene accetti ma con rigidissimi tagli di orario: subito dopo il dolce a letto. Considerate comunque che il ” pranzo ” era poco più di una cena in anticipo che si svolgeva nelle prime ore del pomeriggio, in media intorno alle 16.00. L’ infanzia era condannata ad una lunga permanenza nelle sue stanze, seppure riccamente addobbate e molto confortevoli, in compagnia della balia se i pargoli erano piccoli e, più tardi, del tutore. Tristissime parate di bambini già preparati per la nanna alle sette di sera venivano allestite per un ultimo saluto agli adulti ,che invece rimanevano a folleggiare tra canti e balli fino a notte inoltrata, terminando infine con una cioccolata calda per le signore e il classico scotch per i gentiluomini.
Le Festività duravano poi fino al 6 gennaio secondo la tradizione Europea, i famosi 12 giorni della filastrocca.

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I bambini erano già tornati a scuola ; tuttavia la sera i parenti continuavano a riunirsi per tornei di carte, dama o giochi con le bocce, tra una cena fredda e un buon vino bevuto in compagnia. Chiaramente la notte del 6 gennaio NON arrivava la Befana esattamente come, il 25 dicembre ,il Bambinello era rimasto ben piantato nella sua grotta.
Santa Claus non era ancora entrato in scena e i bambini sembravano comunque esclusi da questa gioiosa ricorrenza che, ove possibile, era quindi riservata tutta agli adulti.
Che il Natale nella Old America, e particolarmente in Virginia e in alcune colonie del sud, fosse un occasione di convivio in cui troneggiavano ottimi cibi e rarità culinarie è dimostrato da alcuni eminenti scritti dell’ epoca. Ad esempio nell’ Almanacco Virginiano del 1772 troviamo questi consigli per trascorrere ” da manuale ” le Sacre Feste.

“Che i forni siano ricchi di carne di succulenti e variati tagli ad opera di macellai esperti, mentre i cuochi sudino nella preparazione delle tradizionali crostate di mele e altri dolcetti ripieni, e che le mense vengano inondate da fiumi interi di punch, toddy, vino e birra che accompagnino il cibo.
E che il dopo cena sia rallegrato da ameni giochi di carte, whist, cribbage e quant’ altro.. ”
In pieno stile Inglese la sera della vigilia era dedicata alla riorganizzazione delle mansioni dei servi, che in quella circostanza potevano salire di grado, essere premiati o, viceversa, cadere in disgrazia a seconda dell’ operato svolto nell’ anno che andava a finire.
In Virginia, forse sulla scia di questa piccola- grande rivoluzione che fu un nuovo inquadramento sociale del Natale, questo rito fu sostituito invece dalla distribuzione di dolciumi e piccoli premi in denaro alla servitù, a cui veniva inoltre offerto buon vino e il privilegio di festeggiare non già in cucina per i fatti propri bensì in piccole mense preparate all’ uopo dove essi potevano riunirsi nel primissimo pomeriggio ” prima ” di servire in tavola ai propri padroni.
Oggi un tale atteggiamento sarebbe altamente infamante e discriminatorio; tuttavia all’ epoca questo fu il primo passo verso un cambiamento radicale della società che, non dimentichiamo, era sostanzialmente classista e razzista.
Equiparare, seppur per un periodo di tempo limitatissimo, i servi e gli schiavi alle altre persone e fare mente locale anche sulle ” loro ” esigenze aprì la porta a quello che fu la rivoluzione straordinaria delle campagne di emancipazione e, molto più tardi, alla branca ” ideologica ” della Guerra di Secessione.

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Che il Natale in Virginia fosse di stampo Inglese è testimoniato anche da allegre poesie, scritte da autori lontanissimi tra loro nel tempo quanto nello spazio.
Ecco infatti cosa scrive Thomas Tusser , poeta e scrittore Inglese, nel 1530:
” Che almeno a Natale i volti siano allegri e si faccia festa
sotto il manto nevoso!
E che nelle taverne si gozzovigli con buon cibo
e alcool a fiumi,
accoccolati e contenti davanti al camino,
a gustare brawn, budino e montone
condito con ottima senape
e poi manzo,oca e maiale,
carne di vitello e brodo di cappone,
oca arrostita, formaggio mele e dolci.
E infine gustare una buona fetta di torta
mentre intorno si cantano Inni
e tutti quel giorno possano ricordarsi
di essere felici! ”

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Il cibo, quindi, unitamente ai Canti concesse finalmente al Natale quell’ atmosfera gioiosa e aggregante che noi tutti ancora conosciamo, benchè il consumismo ne abbia alterato di molto la pura essenza.
Ecco un breve elenco delle pietanze più in voga in Virginia tra il 1739 e gli inizi del 1800.

Zuppa di gamberi e granchi
Arrosto di tacchinella giovane
Pasticcio di funghi
Crema di sedano con noci pecan
Cuore di lattuga
Insalata russa
Torta allo zabaione con foglie di ambrosia
Tortino ripieno con frutta secca e salsa al burro
( da The Williamsburg Cookbook )

Il tutto annaffiato da ottimo sidro invecchiato o vino cotto altamente alcoolico.

Un elenco di roba genuina e, cosa da non sottovalutare, alla portata di tutti, o quasi . Soprattutto durante il Governatorato di Robert Carter III questo tipo di cena tradizionale fu molto propagandato, sia attraverso l’ informazione scolastica che nelle Chiese ma soprattutto nei circoli elitari dove la crema della società si riuniva e si frequentava. Inizialmente, anzi, il vezzo di mangiare ” alla campagnola ” come i propri sottoposti sembrò incontrare il favore della moda del tempo, ove le ricche dame si sentivano forse più buone ad allestire mense economiche ma sicuramente gustose. Gli alimenti base per la preparazione delle pietanze di Natale erano facilmente reperibili anche da parte dei contadini e della povera gente: funghi, frutta secca e noci pecan abbondavano nei boschi e la plebe, liberata per pochi giorni dalle incombenze quotidiane, potevano mandare i loro figli a raccattarne quanto possibile nei dintorni del paese.
I fiumi abbondavano di granchi e gamberi, che venivano catturati di notte al lume di lanterna quando gli animali si  spiaggiavano  per prolificare.
Il tacchino , animale selvaggio, era liberamente cacciabile, così come la fauna selvatica. E qualsiasi servo, anche il più reietto, era in grado di farsi da se un po’ di buon sidro con le mele selvatiche messe a macerare per tutto l’ anno in grossi vasconi casalinghi.
Per strano che possa sembrare perfino la crostata era più o meno alla portata di tutti: messa a cuocere lentamente nei grossi camini domestici o su focolari improvvisati, per fare una buona crostata erano necessari pochi ingredienti
( farina, latte e uova). La raffinatezza era costituita dal ripieno, molto rustico, in cui brillavano frutta e miele.
E’ facile intuire quale fosse il disegno egualitario alla base di queste innovazioni: la Virginia sembrò sposare con molta accondiscendenza questa idea, soprattutto quando a goderne e a sostenerla erano personaggi di grosso calibro e amati da tutti  come  St. George Tucker.   Icona del suo paese più che personaggio illustre costui era dichiarato sostenitore dei concetti di uguaglianza e libertà già promossi dalla Rivoluzione Francese e condivisi con entusiasmo da moltissimi intellettuali del tempo. Costui aveva atteggiamenti sinceramente democratici e soleva trascorrere il suo Natale offrendo piena libertà ai suoi servi e agli schiavi che aveva liberato, permettendo loro di astenersi quanto possibile dalle incombenze domestiche in quei giorni di Festa e accogliendoli, insieme alle loro famiglie, in una tavola adeguata accanto a quella padronale durante il pranzo di Festa. Le sue ” bizzarrie “, se da un lato lo esponevano a violente critiche da parte dei suoi avversari politici dall’ altra, data la sua posizione di prestigio ( avvocato e poi Giudice della Corta Suprema ) fungevano da esempio e aprivano la strada a numerosi episodi di emulazione.

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Henry St. George Tucker

Costui era anche un ” hobbista ” della scrittura e ne conosceva la potenza condizionante: non di rado offriva nelle sue poesie uno spaccato della società, puntando l’ accento su personaggi poco abbienti che rendeva protagonisti in un quotidiano poco conosciuto dai suoi contemporanei possidenti e aristocratici.
Ecco ad esempio un estratto dalla sua Christmas Verses for the printer’s devil, che fece storia e in cui la descrizione delle ” abitudini goderecce ” durante il periodo di Natale la dicono lunga sulle usanze del tempo.

Now the season for mirth and good eating advances,
Plays, oysters and sheldrakes, balls, mince pies and dances;
Fat pullets, fat turkeys, and fat geese to feed on,
Fat mutton and beef; more by half than you’ve need on;
Fat pigs and fat hogs, fat cooks and fat venison,
Fat aldermen ready the haunch to lay hands on;
Fat wives and fat daughters, fat husbands and sons,
Fat doctors and parsons, fat lawyers and duns;
What a dancing and fiddling, and gobbling and grunting,
As if Nimrod himself had just come in from hunting!
These all are your comforts—while mine are so small,
I may truly be said to have nothing at all.
I’m a Devil you know, and can’t live without fire,
From your doors I can see it, but I dare not come nigher;
Now if you refuse me some wood, or some coal,
I must e’en go and warm, in old Beelzebub’s hole;
Next, tho’ I’m a devil, I drink and I eat,
Therefore stand in need of some rum, wine and meat;
Some clothes too I want—for I’m blacker than soot,
And a hat, and some shoes, for my horns and my foot;
To supply all these wants, pray good people be civil
And give a few pence to a poor printer’s devil.

Ecco che la stagione del mirto e del buon cibo si avanza,
teatro, ostriche, volpoca, crostata, palle e danza;
pollastri carnosi, grasse tacchine, succulente oche per la gioia della pancia,
grasse consorti e rotonde ragazze, panciuti i mariti e i figlioli,
corpulenti dottori e parroci in salute, enormi avvocati e tondi esattori,
che canto di voci e armonia di violini accompagnati da rutti e grugniti
proprio come se un abbrutito maiale fosse appena tornato dalla caccia!
Queste sono le vere gioie della vita, mentre le mie sono così piccine,
anzi posso dire con coscienza di non goderne nessuna!
Sono un diavolo, lo sai, e non posso vivere senza il calore del fuoco;
posso intravederlo dalla soglia ma non posso scaldarmici le mani!
Così, se mi neghi un po’ di legna o un pezzo di carbone
non mi resta che tornare nel caldo antro di Belzebù.
Cavolo! anche se sono un diavolo ho bisogno anch’io di mangiare e bere,
anch’io ho diritto a rum, vino e carne,
e magari anche a un vestito pulito perchè sono tutto nero di fuliggine,
e a un cappello, e a un paio di scarpe
per nascondere le mie corna e i miei piedi ( caprini ) !
Per avere tutto ciò non posso che pregare le anime pie
di mettersi una mano sulla coscienza
e regalare qualche scellino a questo povero diavolo della stampante!
(St.George Tucker, 1787)

Non c’è che dire: pungente e insinuante al punto giusto eppure in grado di operare una sorta di empatia nei confronti del protagonista della poesiola , un garzone di stamperia, un giovanissimo reietto abbandonato da tutti perchè, all’ epoca, sul gradino più basso della gerarchia sociale. Questa mansione era infatti riservata a ragazzini mulatti o neri ma anche a poveracci da generazione che passavano circa 12 ore al giorno a respirare gli effluvi dell’ inchiostro delle stampanti che azionavano a mano e dell’ olio di cui erano completamente ricoperti. A differenza dello spazzacamino, che almeno svolgeva una professione in proprio, il garzone di stamperia non aveva speranza di salire di ruolo e rimaneva fino in età adulta confinato sotto il tavolo della bottega, mangiando avanzi e dormendo per terra. Non aveva vita lunga e rimaneva isolato a causa del brutto odore che emanava e delle deturpazioni dell’ inchiostro, che non andava più via dalla pelle. Non di rado finiva in qualche agguato e picchiato a morte dai suoi coetanei, dopo aver condotto un’ esistenza pressocchè ” invisibile ” agli occhi di tutti.
Questi semplici versi ebbero il merito di esprimere con leggerezza un disagio frequente ma ignoto a molti e di puntare il dito sulla ipocrita società bene del tempo, pronta ad andare in Chiesa con animo pio ma poi completamente apatica nei confronti dei bisogni del suo prossimo.

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La poesia ebbe un ampio riscontro in Virginia ma il suo effetto benefico durò poco. E’ lo stesso Thomas Jefferson, non solo uno dei Presidenti degli Usa ma abile narratore e fine ” degustatore “, che ce ne fa partecipi.
IN uno dei suoi diari Jefferson descrive minuziosamente i giorni di Natale della sua infanzia a Monticello:

“Ricordo questi giorni come uno splendore di ghirlande e di vischio. Noi bambini non andavamo a scuola e anche i servi per un paio di giorni non lavoravano. Le nostre giornate trascorrevano tra canti, gite a cavallo e amene letture mentre i nostri cugini più grandi potevano trattenersi ancora un po’ alla fine del pasto con gli zii adulti, tra danze e sfumazzate di sigaro e-perchè no?- con un buon bicchierino di brandy.
Le cucine sono stracolme di selvaggina, maiale appena macellato e farina di mais, e le madie non riescono a contenere i barili di melassa e miele. Grandi vasconi di frutta sono riempiti fino all’ orlo e i servi tirano fuori dalle cantine il buon sidro ormai invecchiato, e i miei genitori ne inviano un po’ ai parenti e non di rado ai loro diretti sottoposti.
La casa profuma di spezie, agrumi ed erbe aromatiche: ma nelle stanze dei servi aleggia un profumo di grasso di bue cotto sul fuoco che attira la mia attenzione e mi fa venire un certo appetito…”
E ancora:
” I miei buoni liberti mi hanno fatto ascoltare canti e inni di Natale e si sono rivelati ottimi interpreti di questa magica atmosfera. Avrei poi voluto cimentarmi in loro compagnia in danze profane ma mi fu negato da mio zio che tiene alto il vessillo della decenza. Tuttavia stasera ha licenziato per due giorni i neri dalle loro incombenze e ha donato loro una montagna di scellini, come è in uso da un po’ di tempo da queste parti…”

Chiarissimo. IN due parole la capacità narrativa di Jefferson ha messo in luce gli aspetti salienti del periodo Natalizio come lo si trascorreva allora in Virginia: convivio, pasti sostanziosi ma modesti, canti e danze e rispetto nei confronti dei servi, per lo più liberti, con i quali tuttavia non c’è alcuna promiscuità. L’ideale di uguaglianza non è che una pallida luce nelle ricche famiglie Virginiane , però un’ atmosfera di sana umanità sembra aleggiare nelle stanze decorate, ancora prive dell’albero addobbato e dei giocattoli ai bambini. Uno spiraglio di speranza sembra farsi strada tra gli schiavisti dell’ epoca, nascosto non già nelle chiese ma tra le mense stracolme dove sentirsi buoni risultava forse più facile.
Un periodo promettente…che purtroppo finisce.
Cosa è successo?
Col rischio di diventare impopolare è mia opinione che fu La Rivoluzione Americana a frenare l’ inevitabile cammino verso l’ emancipazione e l’uguaglianza, malgrado i principi costituzionali sicuramente liberali su cui si basava la Dichiarazione di Indipendenza.
Animata dal soffio Illuminista della Rivoluzione Francese, infatti, quella Americana seguì poi una strada tutta sua che la condusse inevitabilmente verso la rinascita di un atteggiamento conservatore e a perdere quasi del tutto il suo accento liberale. Il perchè è semplice.
Mentre la Rivoluzione Francese era nata per restituire la Nazione al popolo , quella Americana fece di una Colonia una Nazione, investendola di una responsabilità che non permetteva di mettere in discussione le classi sociali e il potere che da un governo oligarchico poteva derivarne.
Nel giro di pochi anni il sentimento umanitario ancora in embrione smise di palpitare, i ricchi possidenti più che il fervore dei Padri Fondatori ripresero il sopravvento e i servi e gli schiavi tornarono a essere utili come forza lavoro piuttosto che come opportunità di un cammino evolutivo.
Mentre l’ America si preparava a celebrare il Natale come Festa nazionale ecco che proprio in questo Santo periodo riapparvero le antiche discriminazioni, e con maggior virulenza, quasi a dimostrare che i Nuovi Americani non fossero altro che Vecchi Inglesi…
( continua)

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