Vita da Squaw: donna e madre


pregnant Native American woman

(continua)

La gravidanza tuttavia era un periodo fondamentale non solo per la vita del’individuo ma dell’intera tribù, che si arricchiva di un nuovo spirito e di un nuovo corpo. Anche in periodi di estrema povertà, come poteva essere una carestia o l’assenza dei bisonti, le nascite erano trepidamente attese e salutate come ” fortuna “. A differenza dell’Europa, dove una nuova bocca era spesso vissuta come calamità se in condizioni di indigenza, per i Nativi i bambini erano un dono del Grande Spirito e come tali dovevano essere onorati. Maschi o femmine non faceva differenza poichè entrambi i sessi erano utili alla collettività. Le donne incinte erano quindi oggetto di cure e favori e non di rado venivano sollevate da compiti sgradevoli che potessero turbare l’anima del bambino.

Ad esempio la fatica delle veglie funebri o dell’assistenza ai malati veniva loro risparmiata, e così l’estrema vicinanza con la macellazione degli animali o la salatura delle carni. Tuttavia la donna gravida era stimolata a camminare molto per rinforzare la muscolatura del bacino e favorire le doglie. IL suo corpo veniva oliato e massaggiato quotidianamente dalle donne del clan mentre le sciamane si facevano in quattro per interrogare gli spiriti e aprire la strada dell’aldiqua al bambino. Non di rado mariti premurosi pettinvaano le folte chiome delle mogli in attesa e si piegavano di buon grado alle ” imposizioni ” degli spiriti, che presso alcune tribù come i Navajo proibivano loro di incrociare le gambe e di tenere legati gli animali domestici, al fine di evitare che il cordone ombelicale si stringesse intorno al collo del feto. A tutti coloro che alloggiavano nello stesso tepee della gravida si imponeva inoltre il lavaggio completo di mani e piedi due volte al giorno e di non mangiare carni rosse in presenza di questa. Presso alcune tribù il sesso in gravidanza era vietato: sicuramente era costume dei Navajo ma anche di tribù meno conosciute come i Kickapoo. Anche l’alcool era vietato alla gravida, mentre veniva favorita un’alimentazione ricca di fibre e latte, che normalmente costituiva parte subalterna nella dieta dei nativi. Per il resto la donna incinta attendeva alle solite incombenze quotidiane,a cui si aggiungeva la filatura del corredino del neonato. Il papoose invece, cioè il marsupio in cui il bimbo avrebbe trascorso il primo anno di vita, veniva fabbricato a metà, probabilmente per una sorta di superstizione; quindi il padre come di regola lavorava l’impalcatura esterna, quasi sempre di legno. Poi, una volta nato il bambino, le donne del clan vi avrebbero apposto le pelli o le stoffe a seconda della stagione e infine la puerpera le avrebbe adornate con i simboli di nascita e tutti gli auspici che si erano verificati nell’ambito della nascita.

Dakota Papoose

Il Papoose ( che nella lingua Nativa significa appunto bambino ) era un’invenzione straordinaria: più o meno tutti i popoli antichi e in special modo quelli nomadi costruivano marsupi per i bambini, che avrebbero garantito a questi il benessere e nel contempo la possibilità per la donna di utilizzare entrambe le mani nelle faccende domestiche. Tuttavia si trattava per lo più di stoffe che venivano legate intorno alla vita della donna e che mantenevano il bambino ” abbarbicato ” sulla schiena della mamma o, in alternativa, con la faccia rivolta verso di essa . Inoltre la tela morbida induceva il neonato a posture innaturali e spesso dannose per la sua fragile schiena, aggravate dall’ oscillazione durante il cammino. Il Papoose invece era una sorta di culletta in verticale che , posto come un sacco sulla schiena della donna, metteva il neonato in contatto diretto con la realtà circostante con la quale di lì a poco si sarebbe misurato, esortandolo psicologicamente a non creare un deleterio rapporto simbiotico con la madre. Il che, nella vita tribale, lo avrebbe reso più fragile. Forti legacci assicuravano il neonato al Papoose , costringendolo quindi a mantenere la schiena diritta e prevenendo eventuali deformità scheletriche. La fasciatura veniva poi abbassata progressivamente, al fine di lasciare prima la testa, poi le braccia e infine le gambette libere di muoversi, seguendo la naturale crescita del bambino. Il papoose infine era ideato per adeguarsi ai lunghi periodi di marcia, nei quali veniva assicurato al cavallo con solide funi, oppure ai periodi di sonno della madre in cui veniva attaccato a pali ben sollevati da terra, per non finire nelle fauci di qualche animale selvatico. La posizione verticale , lungi dall’essere un tormento per il piccolo, favoriva l’apertura dei polmoni ed evitava la cosiddetta ” morte in culla “, molto diffusa in Europa ; infine stimolava la vista e allenava i muscoli del collo a tener dritta la testa. Tutto ciò era il frutto di atavica esperienza. I ” selvaggi Nativi ” erano arrivati alle stesse conclusioni della pediatria moderna… ma in epoche molto più remote!

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Se per favorire la gravidanza la giovane donna utilizzava l’infuso di salice, che nel contempo disinfettava e purificava l’organismo, altre erbe venivano utilizzate per aiutare il parto e alleviarne i dolori. Alcune sono arrivate fino qui grazie alla tradizione orale, come Black or Blue Cohosh, Red Raspberry Leaf, Partridgeberry, American Licorice, Broom Snakeweed, Buckwheat, Black Chokeberry, Smooth Sumac, Balsam Root Bark, Birth Root, Corn Smut, Wild Yam, Black Haw, Hottentot Fig, Pennyroyal, Bayberry, and Cotton Root . Vediamoli in dettaglio.
IL Cohosh nero o blu è una pianta perenne originaria del Nord America. IL suo uso fu poi insegnato dai nativi agli Europei e per circa 150 anni è stato utilizzato normalmente come medicamento casalingo utile per favorire l’espulsione della placenta e la montata lattea nelle puerpere. L’infuso della radice tuttavia veniva utilizzato anche per svariati disturbi femminili legati alle ovaie, alle mestruazioni e anche alla menopausa.
Le foglie di Lampone rosso in infuso erano utilissime per abbreviare il travaglio. Inoltre arricchiva il latte materno di preziosi oligo-elementi e vitamine; le Native ne bevevano anche tre tazze al giorno durante l’allattamento.
Chiamato anche Vite della Squaw il Partridgeberry è una erbacea strisciante di cui le donne utilizzavano le bacche e le foglie per alleviare i dolori del parto. La farmacopea moderna la utilizza ancora oggi, anche se in America è più conosciuta come pianta di abbellimento delle corone Natalizie, simile al vischio.
La liquirizia Americana è una leguminacea le cui radici in infuso erano usate particolrmente dagli Cheyennes per disinfettare il sangue durante il parto ed evitare le setticemie. Le radici masticate svolgevano invece una forte azione sedativa , per cui spesso i Nativi le utilizzavano in caso di mal di denti! Oggi è usata come foraggio per gli animali. L’uso del Broom Snakeweed invece è controverso e ci è stato tramandato dagli Indiani Dakota, ma sembra che anche i Lakota e i Navajo lo utilizzassero. E’ una comuna margherita dei campi che cresce nelle praterie del Nord America con sottospecie in America del Sud. In realtà è tossica per gli animali ma in piccolissime dosi serviva a far sgravare una donna in pericolo di vita, poichè induceva un parto velocissimo anche se cruento. L’infuso veniva somministrato a gocce alla partoriente ma qualora la donna versasse in grave stato di incoscienza poteva essere somministrato per via area come suffumigio, che la mammana le soffiava nelle narici.

Vi sembrerà strano, ma poco prima del parto le Native Americane si concedevano grandi quantità di pappa di grano saraceno, che rinforzava le vene, migliorava la circolazione sanguigna e quindi preveniva gli emboli da parto. Oggi noi usiamo questo prezioso cereale solo a scopo alimentare ma le sue foglie seccate all’aria erano utilizzate dagli Indiani come ” insulina naturale “, utile contro il diabete!
Stesso effetto lo produceva l’Aronia, oggi molto di moda come ” nuova bevanda “. In realtà si tratta di una bevanda antichissima, che gli Indiani del Nord America utilizzavano sia cruda sotto forma di bacche sia essiccata in infusi. E’ ricca di flavonoidi e purifica il sangue, prevenendo quindi quelle antiche morti post partum dovute, tanto tempo fa, a malefici trombi. Non solo: veniva utilizzata per il controllo del diabete gravidico e le sue grandi quantità di vitamine e sali minerali aiutavano a fortificare lo scheletro del bambino.
Volgarmente chiamato Summacco questa preziosa pianta, di cui i Nativi utilizzavano indifferentemente la corteccia le bacche o le foglie, era utilissimo per evitare le infezioni vaginali che potevano contaminare il bambino. Sia i maschi che le femmine usavano l’infuso come prevenzione delle malattie veneree, in special modo la gonorrea. Tuttavia la raccolta di queste piante era riservata alle sciamane poichè era facile confonderle con le sub-varietà velenose.
Il Balsam Root Bark è in realtà un olio medicamentoso che si otteneva dalla macerazione delle radici di un’asteracea tipica del Nord America in olio o resine. Ingerita sotto forma di infuso la radice guariva le bronchiti ma l’olio veniva applicato sulla pancia e la schiena della puerpera poichè era efficacissimo per i dolori del parto e aiutava la donna nelle fasi di spinta. Un anestetico naturale quasi sconosciuto e senza alcuna controindicazione!
L’uso dell’Erba o Radice della Nascita venne insegnata dai nativi ai Coloni Europei. Il nome scientifico dell’arbusto è Trillium Erectum e Il decotto della radice preso prima durante e dopo la nascita serviva per fermare il sangue e aiutare l’utero a tornare alle dimensioni originarie. Era anche un autoregolante ormonale infallibile. L’uso esterno curava le ulcerazioni dei capezzoli.
Vi sembrerà strano ma il Corn Smut è in realtà un fungo parassita che si sviluppa sulle pannocchie del mais, di uso antichissimo tra i Nativi e importato probabilmente dagli Aztechi. E’ molto più forte della segale cornuta e della noce vomica ed è potenziamente letale. Tuttavia i Nativi, in piccolissime dosi, lo utilizzavano durante il parto per aiutare ad espellere il bambino velocemente. Nelle donne incinte è fortemente abortivo e provoca anche malformazioni genetiche, ma nel parto delle primipare era una manosanta. Gli Indiani ne facevano bollire piccolissime quantità in acqua e poi lo facevano sorseggiare alle puerpere, specialmente se molto giovani o inesperte. Provoca contrazioni inarrestabili ma non pericolose, atte a sostenere le ragazzine impaurite dai dolori o anche a stimolare un utero inerte.

L’Igname selvatico o Vite Tuberosa (Wild Yam ) è un vitigno originario dei boschi umidi del Nord America. IL suo uso non era preminente per il parto ma veniva utilizzato anche per le cisti ovariche e per sedare i sintomi della menopausa. Le radici essiccate e poi preparate in infuso calmavano i dolori del parto e svolgevano anche una blanda azione antisettica.
Il nome botanico dell’Hottentot fig  ( fico dell’Ottentotto ) invece è Carpobrotus edulis. Si tratta di una specie di rododendro che i Nativi spesso coltivavano perchè i suoi folti tappeti erbosi costituivano una valida barriera contro il fuoco. Benchè provenga dall’Africa sembra che fosse utilizzato particolarmente da Apache e Navajo il suo succo applicato sulla vagina della partoriente aveva una forte azione disinfettante e curava le ferite dovute alla lacerazione dei tessuto durante il passaggio del bambino.
Il Pennyroyal era in realtà…una mentuccia molto diffusa che i Nativi utilizzavano comunemente per il mal di testa. IL suo infuso somministrato durante il parto serviva a stabilizzare la pressione sanguigna, che in questi casi e soprattutto in seguito ad emorragie può anche crollare. La scienza moderna comprenderà i rischi di questa eventualità durante il parto, che fece morire più di una gestante, solo nel 1917! Fino a quel momento per rianimare una donna collassata si usavano…i sali.
Divenuta anch’essa pianta Natalizia il Bayberry è un Mirto comune le cui radici le donne Native masticavano spessissimo per..lavarsi i denti! Preso in gravidanza come infuso calmava il vomito mentre durante il parto il decotto bloccava come per incanto qualsiasi emorragia.
Infine il Cotton Root, la Radice del Cotone, in decotto aumentava il numero e l’intensità delle contrazioni ma senza stress, inducendo così un parto veloce. Inoltre i semi schiacciati e mescolati a latte o acqua aumentava la produzione del latte nelle puerpere. Questa pianta molto comune veniva anche utilizzata dagli schiavi Afro-Americani per indurre aborti, in caso di gravidanze non volute.
Ma moltissime erano ancora le erbe che le Native usavano per alleviare i dolori del parto: la loro conoscenza era eccezionale e gli Indiani insegnarono parecchie dei loro medicamenti agli Europei che poi li costrinsero in schiavitù. Questa conoscenza venne poi in parte tramandata oralmente ma in grandissima parte si è perduta. Oggi si riscoprono lentamente i segreti miracolosi della imponente flora Americana ma della maggior parte di essa ancora non si comprendono le proprietà .
La puerpera era circondata da un folto gruppo di donne, che la massaggiavano con olii calmanti, la supportavano psicologicamente e la aiutavano a sgravarsi. In prima linea le mammane che i Navajo chiamavano ” quelle che tengono “, gli Inuiti ” Madre Cordone “, ma per tutti gli altri Indiani erano semplicemente Donne Medicina. Costoro stimolavano la donna a prendere le posizioni che per lei risultavano più comode: quindi queste camminavano, si accovacciavano,si tenevano ai rami degli alberi, si mettevano carponi o anche si appendevano ai pali del tepee. MAI veniva loro concesso di stendersi, e anche questa particolarità separa nettamente la cultura nativa da quella Europea. Per la medicina occidentale il parto, obbligatoriamente, va condotto con la donna distesa supina, con le gambe divaricate e legate e spesso attaccata a delle flebo. Ciò le impedisce non solo di partecipare attivamente al proprio parto ma anche di decidere autonomamente le posizioni meno dolorose; inoltre la posizione supina predispone a travagli più lunghi, distacco prematuro della placenta e patologie circolatorie. Non di rado la natura viene forzata inducendo parti accelerati e dolorosi o, al contrario, completamente indolori che tuttavia addormentano il bambino e non lo aiutano ad aprire i polmoni per il primo respiro. Tutto ciò lo sapevano bene le Native Americane che ascoltavano i richiami del proprio corpo e intelligentemente si facevano aiutare dalla forza di gravità. Per calmare i dolori molte si sedevano su una specie di sedia bucata dove veniva fumigato loro in vagina i vapori delle foglie secche di allora. Il parto poteva avvenire indifferentemente in casa o all’aperto e, a seconda delle usanze, era vietato a o meno agli uomini. Gli Algonquian costruivano dei tepee provvisori chiamati Santuari del parto; i MicMac o i Bella Koola preferivano attrezzare una sala parto in riva al fiume, dove le sciamane chiedevano in aiuto ” le forze delle acque “.

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In ogni caso il bambino nasceva da solo, senza aiuto manuale, oppure non nasceva affatto. Le Native consideravano una dissacrazione dell’utero femminile e del bambino mettere le mani dentro la vagina o, peggio ancora, utilizzare attrezzi per staccare il neonato. La discesa del bambino veniva però aiutata ” da fuori ” stringendo cinte di cuoio intorno all’addome della puerpera e progressivamente spingendole sempre più in basso oppure tramite massaggi perineali con olii caldi che lenivano il dolore e rilassavano la muscolatura. Il bambino di solito rotolava giù dall’utero su mucchi di foglie adeguatamente preparate o delle pelli asperse di fumo disinfettante. Spesso si esortava la madre a vocalizzare o addirittura a cantare per aiutarsi nelle spinte, e non di rado anche altre donne cantavano con lei. Se la nascita, come di solito, si concludeva bene si levava un coro di preghiere dalle donne e il bimbo veniva immediatamente massaggiato con olii antisettici, cosparso di cenere e di grasso di animali e infine strettamente fasciato. Non lo si metteva mai in acqua prima della fine del primo mese di vita e il primo bagnetto, in qualsiasi stagione, era un evento importantissimo festeggiato da tutta la tribù, perchè era un po’ la prova del fuoco. L’acqua era sempre corrente e non veniva riscaldata ma, come vi ho già accennato nei post precedenti, il bimbo urlante veniva massaggiato poi con forza per riattivare la circolazione
e spingerlo a piangere più forte, in modo da ” fargli aprire i polmoni “.
Appena fasciato le Donne Sciamano alitavano su di essi ” il respiro della vita ” e infine lo consegnavano alla madre che se lo attaccava al seno, anche se il latte non era ancora uscito. I bimbi suggevano il colostro, un siero che la donna secerne prima del latte vero e proprio, ricco di immunoglobuline che lo avrebbero protetto nei primi giorni di vita. Se poi il latte maturo non arrivava ecco che un’altra donna del clan si offriva di darglielo: Esistevano anche delle balie vere e proprie che si prestavano gratuitamente all’allattamento: in definitiva il nuovo nato non era un bene individuale ma collettivo, al cui benessere partecipava tutta la tribù.
Gli Hopi e gli Aqui usavano dipingere sulla fronte del bambino il ” Labirinto “, che indicava simbolicamente la nascita nel nuovo mondo come transizione dall’altro. Delle croci indicavano i quattro punti cardinali, le quattro stagioni e il potere sapirituale dell’uomo. C’era una sola via d’entrata e una sola di uscita. Questi simboli ricordavano a mamma e bambino il rapporto tra Madre Terra, la madre naturale e il bambino. Le linee esterne rappresentavano l’utero, quelle interne il cordone ombelicale, il centro il sacco amniotico e l’inizio della vita, inteso come conoscenza. A volte le donne venivano stimolate a riprodurre sulla terra i segni del labirinto, il cui scopo era quello di elaborare l’evento della nascita, del distacco dal bambino e alleviare i sintomi della depressione post partum.

Native America Tohono labyrinth

Ecco il simbolo del labirinto in un manufatto degli Indiani Tohono. Questo simbolo era presente sull’abbigliamento della puerpera e veniva riprodotto anche sul papoose. Esiste un unico modo per entrare e un unico modo per uscire. All’apertura c’è il simbolo del bambino, che è anche simbolo di vita. Le donne native venivano stimolate, durante la gravidanza, a disegnare il labirinto sulla terra al fine di entrare in rapporto con bambino e con la parte più profonda dell’essere. IL simbolo del labirinto è presente ancora oggi sui famosi scaccia-spiriti che i Nativi fabbricano nelle riserve, anche se il culto del labirinto, che la storia fa attribuisce addirittura agli Aztechi, è ormai perduto.

Poi madre e bambino rimanevano separati dagli altri per vari giorni, diversi a seconda delle tribù: dieci per gli Shawnee, trenta per i Pueblo, venti per gli Hopi. IN questo periodo spesso al padre veniva sbarrato l’ingresso nel tepee e la donna veniva tenuta sdraiata su una specie di letto di legno sollevato da terra, alla base del quale si mettevano delle pietre che venivano costantemente riscaldate, al fine di lenire i dolori e affrettare la fuoriuscita del sangue. La dimora dove ciò avveniva veniva chiamata ” capanna sudatoria “, poichè la donna col sudore doveva espellere tutti fluidi malefici dal proprio corpo. Per tutto questo tempo al bambino non veniva dato alcun nome poichè la sua vita era ancora sospesa tra due mondi. Terminato il periodo di isolamento la tribù festeggiava con una allegra cerimonia l’entrata in società del nuovo nato e la donna poteva finalmente rivedere la luce del sole.
Per alcune tribù il cordone ombelicale e la placenta avevano un grande valore: i Pueblo, che erano più stanziali, lo seppellivano sotto un campo di grano se il bambino era maschio, e sotto il pavimento di casa se era una femmina. Ma gli usi erano molto diversi tra loro: gli Indiani delle Pianure , invece, facevano seccare all’aria il cordone, lo aspergevano di fumi benedetti e poi lo chiudevano in un sacchetto di pelle che il bambino avrebbe tenuto con se’ per tutta la vita e con il quale sarebbe poi stato anche seppellito alla sua morte. Ciò al fine di mantenere intatti i rapporti con questo mondo e con l’altro e ritrovare la strada, qualora nell’altro mondo l’individuo si fosse perduto. I Navajo invece seppellivano il cordone ad un crocicchio, per legare il nuovo nato agli antenati. I Wichita infine avevano rituali un po’ diversi: il giorno dopo la nascita il neonato e il suo cordone venivano portati dalla donna più anziana della tribù al più vicino corso d’acqua, dove venivano entrambi lavati, e così una volta al mese fino al compimento del primo anno di vita. Dopodichè il bimbo si dichiarava ormai ” legato ” a questa dimensione terrena e il cordone veniva liberato per sempre nell’acqua.
Bellissima invece l’usanza Navajo chiamata ” della prima risata “. La tribù attendeva pazientemente il primo sorriso del bimbo, che avrebbe indicato la sua piena soddisfazione di fare parte di questo mondo. Solo allora una grande festa celebrava l’entrata ufficiale del bimbo nella tribù.
IN qualsiasi tribù nascesse al bimbo o la bimba, senza alcuna distinzione, non veniva dato alcun nome fino a quando non fossero state chiare le sue attitudini o un evento straordinario avesse indicato il suo destino. Così potevano passare anche 5 o 10 anni, durante i quali il piccolo veniva appellato con vezzeggiativi tipici dell’infanzia, come
” piccino ” o ” tesorino “.Molto raramente accadeva che il bimbo arrivasse alla pubertà senza un nome definitivo; in tal caso durante la cerimonia di iniziazione e i sogni indotti dalle sostanze oppiacee sarebbe stato il suo animale totem ad ispirarlo. I nomi degli Indiani d’America, così pittoreschi, tradiscono la loro natura: Orso Grigio, Vento nei capelli, Notte di Luna, Cavallo Pazzo e così via non venivano dati per caso ma si riferivano sempre ad eventi particolari della vita dell’individuo. A volte il padre apponeva un nome che traeva dai suoi sogni, al quale poi sarebbe stato aggiunto negli anni quello definitivo. Insomma, piuttosto che bollarli con nomi imposti per il puro piacere dei genitori gli Indiani d’America tendevano a prendere come riferimento la natura e il carattere dei propri figli, di cui il nome era solo uno specchio. UN grande esempio di democrazia ideologica da cui dovremmo prendere esempio!

Il rapporto tra bambino e natura era poi fondamentale. L’esterno, inteso come ambiente a anche come comunità, rappresentava una parte predominante della vita del Nativo Americano, che era stimolato a misurarsi con essa dai primissimi istanti di vita. Dopo aver passato i primi tre mesi praticamente in simbiosi con la madre il bimbo veniva steso sul terreno nudo oppure, se faceva freddo, su spesse pellicce dove veniva lasciato libero di muoversi benchè sotto il controllo vigile della madre  e delle donne del clan. Il bimbo urlante non veniva soccorso che raramente: ciò lo stimolava a sollevare il capino molto presto e a forzare la vista per guardarsi intorno; nel contempo la posizione carponi gli permetteva di rinforzare e allenare la muscolatura di gambe e braccia, il chè gli avrebbe concesso di camminare molto presto. I bambini Indiani erano sempre molto robusti e si mettevano in piedi, grazie alla sollecitazione indotta prima dal popoose e poi dalla ginnastica a terra, già intorno ai dieci mesi, ancor prima di articolare parola. Già all’età di 3 anni venivano messi in sella ad un cavallo, ancora una volta senza distinzione di sesso, poichè per i Nativi questo quadrupede importato dall’Europa nel 1500 era un po’ la loro seconda pelle. Il rapporto col cavallo era fondamentale, per il maschio quanto per la femmina,  e in particolar modo tra gli Indiani Algonchini e quelli che vivevano in territori geograficamente difficili. Anche l’arte del maneggiare le armi era impartito ad entrambi i sessi, ma con obiettivi diversi: al maschio per combattere, alla femmina per difendersi e anche per cacciare, poichè poteva capitare che la colonia maschile fosse impegnata in qualche spedizione guerresca. IN tal caso l’approvvigionamento della carne spettava alle più valenti delle squaw, mentre altre provvedevano alla difesa del villaggio.  Insegnare tutte queste arti ai bambini, unitamente a  quelle specifiche del proprio sesso, richiedeva tempo e attenzione. Per questo i Nativi evitavano di avere figli uno dopo l’altro ma anzi si concedevano un lasso di tempo ragguardevole tra la nascita del primo e del secondo figlio, in genere 5 o 6 anni.  L’insegnamento era aperto a entrambi i genitori e non aveva regole fisse , ma si basava sulla qualità del bambino e sulla sua capacità di apprendimento. Tuttavia la primissima cosa che si inculcava loro, non appena i piccoli avessero raggiunta la piena stabilità nel camminare e fossero in grado di esprimersi sufficientemente, era il senso del pericolo e la capacità di riconoscere gli animali e le piante pericolose. A volte l’insegnamento era molto duro: non di rado si spingevano i piccoli a cibarsi di radici o bacche lievemente tossiche che, dopo un bel mal di pancia, li aiutasse a diventare selettivi riguardo ciò che coglievano da terra o dai cespugli.

Le  pianure nascondevano grandi pericoli; per questo ai piccoli, come un gioco, veniva insegnato prestissimo a riconoscere le tracce degli animali selvaggi, ad orientarsi nel buio della foresta e a tornare a casa da soli.  Unitamente al linguaggio verbale veniva poi insegnata l’arte dei segni con le mani e quelli del fumo, che avrebbero garantito loro la possibilità di comunicazione con tribù diverse poichè questo linguaggio era talmente diffuso da risultare quasi universale. I  ” selvaggi “Nativi lo insegnarono poi ai

” civili”

Europei ,che lo codificarono e ci tirarono su scuole per sordomuti.  Tutto ciò era  per la maggior parte in mano alle donne, le prime responsabili dell’allevamento dei piccoli, indifferentemente  future squaw o futuri guerrieri.

Il loro ruolo era quindi tenuto in gran conto ed era vitale per il benessere dell’intera tribù. Non di rado le donne rivestivano anche ruoli predominanti nel consiglio della Guerra e moltissime erano apprezzate per la loro saggezza. Benchè non rivestissero mai il ruolo di Capo tuttavia ne rappresentavano l’altra faccia della medaglia , non abdicando nel contempo ai loro compiti di moglie e di madre. Una visione molto diversa da quella che invece ne ebbero gli Europei, che video o vollero vedere nelle donne Native solo schiave e prostitute….

(continua)

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6 thoughts on “Vita da Squaw: donna e madre

  1. Ciao Aniello: No, anche i Nativi, come tutti i popoli Antichi, conoscevano il potere dell’alcool. Già la Bibbia ci parla di un Noè ubriaco di vino, ma il sakè è molto più antico mentre i popoli Nordici avevano l’idromele che era forse il più antico, e così via. Il segreto della distillazione di frutta, cereali e ortaggi non è databile ma sicuramente molto antico. Pensa che la vodka si ottiene facendo fermentare le patate! Per non parlare della birra, ottenuta dalla fermentazione del malto d’orzo . I Nativi Americani bevevano vino ottenuto da uva selvatica e una specie di birra ottenuta dalla fermentazione di patate, mais e noccioline, ma nell’America centrale si beveva un alcool ottenuto dalla fermentazione della radice di manioca. E che dire del peyote, che gli Europei chiamavano radice del diavolo ma da cui i Nativi ricavavano un alcool con funzioni mistiche e cerimoniali? . Ciò che portarono gli Europei quindi non fu l’uso di alcool ma il suo ABUSO. I Nativi fumavano, bevevano e usavano anche droghe allucinogene; tuttavia il loro uso era contestualizzato, rigidamente codificato e riservato alle cerimonie iniziatiche o di grande coesione sociale, come ad esempio la Danza del Sole. Quelli che oggi consideriamo VIZI erano per i Nativi un MEZZO per dare uno sguardo al mondo degli spiriti, da cui avrebbero ottenuto messaggi e insegnamenti. L’alcool era inoltre riservato ai soli adulti, proibitissimo di giorno e razionato alle donne. Un guerriero ubriaco subiva l’ostracismo dell’intera tribù, che spesso lo allontanava dal campo perchè lo considerava pericoloso per se stesso e gli altri.
    .Gli Europei distrussero la cultura Indiana e frammentarono le tribù, proibendo loro la pratica delle proprie tradizioni e allontanando i bambini dall’azione regolatrice degli adulti. Per sedare le possibili rivolte nelle riserve concedevano loro poco cibo ma tanto alcool, in modo da spingerli ad un graduale suicidio di massa. Le nuove generazioni, cresciute senza più una identità, hanno quindi abbracciato l’alcoolismo come unica possibilità di evasione da un mondo che non li voleva. Oggi I nativi Americani sono il popolo più alcoolizzato al mondo. Ne parleremo a breve ma ancora OGGI la loro condizione in America è terribile poichè sono emarginati tra gli emarginati e, benchè esistano nominalmente più di 360 programmi Federali atti a sradicare il vizio dell’alcool dalle riserve, tuttavia di fatto si mira a sostituire l’alcool con farmaci regolarmente prescrivibili come la metanfetamina, al fine di rendere i Nativi anche tossicodipendenti. Gli Indiani sono per il Governo Americano Ospiti ” scomodi ” che avrebbero diritto a un gigantesco risarcimento economico, la restituzione di parte delle terre e il diritto automatico alla nazionalità Americana. Nel 2011 alcune tribù, dopo 100 anni di contestazioni per la rottura dei trattati che concedevano agli Europei l’uso pacifico di alcuni territori, sono state risarcite con 3,4 miliardi di dollari; nel 2013 altre tribù hanno recuperato un altro miliardo di dollari, che costituiscono però solo un’inezia rispetto alle violenze e i massacri subiti dagli Indiani. La contestazione quindi è ancora aperta. Per risolverla senza sborsare altri soldi si sta facendo di tutto per ucciderli. E NON DA OGGI. Sarà questo l’argomento scottante di uno dei miei prossimi articoli. UN bacio, Aniello!

    • praticamente quasi la stessa sorte che è toccata ai meridionali nell’italia post-unitaria.
      e per quanto riguarda i vari “cavallo-pazzo”? ho un interesse particolare a riguardo,per motivi etnopsichiatrici.

      • Beh, non direi proprio la stessa sorte! I risvolti politici economici e sociali sono completamente diversi. Che intendi per i ” vari Cavallo Pazzo “? Ti riferisci alla leggenda del guerriero Lakota?

      • mmh…no,mi riferivo alla cosiddetta sindrome da cavallo pazzo,che ho studicchiato in etnopsichiatria… purtroppo ne ho soltanto una piccola infarinatura…

  2. bellissimo articolo. ma anche l’alcool fu “importato” dagli europei,oppure i nativi avevano già conoscenze in fatto di distillazione?

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