Vita da squaw: una donna efficiente


Donna Ojibwe 1890

( continua )

Il giorno dopo il suo matrimonio la giovane sposa cominciava già la sua giornata di lavoro. La sua condizione era molto diversa in base alla sua qualità di moglie unica o aggiunta. La poligamia non era infrequente tra i Nativi Americani, e veniva praticata sostanzialmente per ragioni pratiche e non religiose o addirittura per vizio, come poi sostennero i conquistatori Europei, particolarmente gli Inglesi. Abbiamo già parlato della preziosità delle donne e delle loro frequenti vedovanze, che le poneva in una situazione ” aperta ” nei confronti della tribù. A ciò si aggiunge la vasta schiera di donne rapite, inizialmente di tribù ostili e poi anche Europee, che costrinsero ad un adeguamento di costume anche in quei gruppi di nativi che normalmente non praticavano la poligamia. Tra le tribù, tuttavia, vigeva un codice di comportamento abbastanza granitico nei confronti delle mogli , che riguardava il singolo quanto l’intera tribù: si escludevano dal matrimonio le parenti di primo e secondo grado per motivi ” igienici “, cioè in virtù dell’obbligo della mescolanza di sangue che per i Nativi era molto importante e che aveva garantito nei millenni la salute del popolo.

Quindi SI alle cugine ma NO a zie , sorelle e nipoti. La stessa regola vigeva per le vedove del padre, che erano tabù. Un altro veto riguardava la condizione fisica delle spose, che potevano essere ” promesse ” anche in tenera età ma la consumazione vera e propria del matrimonio era proibita fino alla piena pubertà della squaw, che comunque avveniva molto presto. L’età media delle spose era 12 o 13 anni e non di rado anche il primo parto avveniva in quest’epoca. Per quanto riguarda le rapite MAI doveva essere violata una vergine prima del matrimonio , reato spesso punibile con l’alienazione dalla tribù o anche con la morte; stessa cosa per le donne incinte o puerpere, che in genere venivano lasciate in pace in una tenda privata dove venivano controllate a vista. Per tutte le altre il destino era molto incerto.
Se il matrimonio era frutto di una relazione d’amore la giovane sposa entrava di diritto nel clan del marito, dove ad attenderla si trovavano già molte altre donne, madri, zie e parenti di vario grado, che avevano l’obbligo di accoglierla con amore e devozione e insegnarle o assegnarle i doveri nel seno della comunità. La convivenza poteva essere molto difficile nei primi tempi, allora come oggi, se nella tenda risiedeva già la suocera Le vedove per diritto venivano accolte nella tenda del figlio maggiore insieme ad eventuali fratelli minori, e il figlio primogenito aveva l’obbligo di mantenerli tutti. La promiscuità nel tepee era la norma e poche spose potevano godere di una certa intimità nei primi anni del loro matrimonio. D’altronde maschio e femmina conducevano vite molto diverse e spesso gli unici momenti in cui si riunivano erano a letto.
Le mogli aggiunte erano invece spesso oggetto di invidia e rivalità e non di rado subivano molestie e percosse. Le mogli titolari non accettavano di buon grado le intruse, a patto che non fossero le proprie sorelle, un’eventualità praticata con una certa regolarità. Soprattutto i Capi potevano godere di un folto stuolo di donne, tutte mogli di pari livello, che potevano anche sposare in blocco. In tal caso le rivalità erano mitigate dalla contemporaneità dei fatti. Le più disgraziate, chiaramente, erano le ” rapite ” che rimanevano sempre un passo indietro rispetto alle altre, anche con la miglior buona volontà di accoglienza. Ciò dipendeva dalla brutalità del rapimento e se ad esso seguiva uno o più stupri, cosa assolutamente non infrequente. Se poi la rapita lasciava nella propria tribù dei figli essa stessa tendeva a rifiutare la nuova condizione e a scegliere la morte. La storia è piena di giovani squaw che si gettano al fiume o mettono fine ai loro tormenti con la lama di un coltello. La condizione delle donne rapite peggiorò poi con l’acuirsi delle Guerre Indiane, che lasciavano dietro di se’ imponenti scie di morti
e di rancori mai sopiti. . Una bianca catturata, soprattutto se giovane e bella, era SEMPRE oggetto di violenze da parte delle altre donne, che tuttavia si stemperavano nel tempo. Gli stupri , oltre a determinare il possesso della donna, erano praticati per indurre una gravidanza e quindi ” legare ” per sempre la donna alla tribù. In seguito a ciò TUTTE le rapite venivano poi assegnate e quindi sposate a questo o a quel guerriero, in genere l’autore del ratto che di sovente era anche assassino di molti parenti della rapita. Potete ben comprendere quanto dolorosa fosse la condizione di queste donne e del perchè esse decidessero di togliersi la vita.

 

Donna Cherokee 1892

Molte furono le donne bianche rapite dagli Indiani. Tante lasciarono discendenti inequivocabilmente bianchi, come questa donna Cherokee, 1892.

Paradossalmente la condizione delle donne bianche, e mi riferisco in particolar modo alle pioniere che vivevano in fattorie al limite della frontiera in territori ” strappati ” agli Indiani grazie a trattati che non furono mai rispettati, peggiorò proporzionalmente alla fine delle Guerre Indiane, mettendo seriamente a repentaglio la loro esistenza. Malgrado per i Nativi le donne fossero preziose, e infatti i ratti Indiani a danno di donne bianche avvennero in primis per curiosità e poi per ingrassare la propria comunità di donne , decimata dall’Esercito Americano, tuttavia in seguito gli Indiani organizzarono vere e proprie spedizione punitive nei confronti dei pionieri, povera gente che sperava di trovare in America la salvezza alla fame che pativano in Europa. Ciò non fu , come si disse, per mera e feroce ritorsione nei confronti degli Yankees bensì per salvaguardia del proprio popolo.
Il Governo degli Stati Uniti, infatti, pur avendo steso fior di trattati con gli Indiani per l’uso pacifico di gran parte del loro territorio, tuttavia mirava all’eccidio completo dei Nativi, ormai ospiti ” scomodi ” di una ricchezza infinita che prometteva lauti guadagni dallo sfruttamento selvaggio e indiscriminato delle vaste pianure e dei tesori che esse celavano.. L’ uso delle terre permesso dagli Indiani era, per forza di cose, regolamentato e oggetto di ampio controllo da parte dei Nativi, che si mantenevano ormai diffidenti e ostili nei confronti degli Invasori bianchi. Accadeva frequentemente che questi trattati venissero rotti per inadempienza di questa o di quella parte e ciò lasciava liberi i protagonisti di attacchi indiscriminati a tribù indifese o a fattorie esposte. Gli Yankees ,o anche i numerosi farabutti di passaggio spalleggiati dall’Autorità Americana,non lasciavano superstiti , nemmeno se si trattava di bambini. Gli Indiani invece inizialmente pur nell’ambito del massacro tendevano a lasciare in vita donne e bambini, che poi portavano nelle loro tribù. Il ratto delle donne bianche perpetrato dagli Indiani , una ” moda ” diffusasi nel 1600 grazie all’Esercito Francese che così premiava le tribù alleate contro il nemico Inglese, fu quindi utilizzato come pretesto per infrangere i trattati, bollare gli Indiani come bruti e rapitori e organizzare grandi spedizioni ” di recupero ” di donne che ormai nessuno voleva più e che in Europa sarebbero rimaste ai margini della società, ma il cui rapimento alimentava tuttavia una campagna di sensibilizzazione ” contro ” gli Indiani che contribuì decisamente al loro eccidio. Le spedizioni , in genere capeggiate dall’Esercito, penetravano in blocco nelle tribù, sfondavano con le armi la resistenza Indiana , strappavano le rapite alla famiglia acquisita e non di rado agli stessi loro figli generati in prigionia e poi ammazzavano tutti, senza lasciare superstiti.

 

Magic Old America Indice


Cerchi un argomento?Prova nell’INDICE!

Considerate che il recupero forzato delle donne poteva avvenire anche 5/10 anni dopo il ratto, cioè quando le poveracce, superato ormai il periodo di acclimatamento e non di rado ormai perfettamente integrate nella tribù, si mostravano anche recalcitranti a tornare in Patria, dove non sarebbero mai state bene accolte. Insomma un cumulo inaudito di ipocrisia, menzogne e sangue che spinse gli Indiani, nel corso degli attacchi ai Pionieri, ad uccidere spietatamente anche le donne e i bambini e passare quindi ancor di più per mostri. Sembra che una delle ultime donne bianche rapite fosse Josephine Meeker nel 1879, un rarissimo rapimento politico allo scopo di mostrare al mondo quali fossero realmente le condizioni terribili degli Indiani nelle riserve. Da allora il problema delle mogli aggiunte di razza Europea smise di essere tale per la sposina Indiana.

Donna Sioux che lavora il pennicam, 1862

Ecco una donna Sioux in una foto del 1862 che la ritrae mentre è intenta a preparare il pennicam.
Si trattava di una specie di salsicce ricavate dalla carne di daino o bisonte, che veniva preventivamente fatta essiccare al sole, aromatizzata con grasso e frutta secca, pressata e infine insaccata. Era una delle pietanze preferite dei nativi, che la utilizzavano sia nelle zuppe di carne che come scorta alimentare nei lunghi viaggi. Il pennicam infatti aveva il pregio di conservarsi a lungo.

 

Nel villaggio la vita cominciava molto presto, alle prime luci dell’alba. La sposa accendeva per la prima volta il fuoco nel tepee e vi si sedeva davanti, a indicare la sua raggiunta posizione di moglie. La colazione variava molto, a seconda che le tribù vivessero accanto ad un fiume , nelle praterie o nell’entroterra. Spesso era a base di carne e frutta avanzata dalla sera prima, accompagnata da una sorta di tortillas che venivano cotte su pietre apposite. Ghiottonerie erano la zuppa d’alce e delle polpette a base di carne di cane, menù più invernale che estivo. Per il resto l’alimentazione dei Nativi era estremamente varia e ricchissima di frutta, radici e ortaggi che le donne sapevano cogliere e non di rado coltivare in un orto collettivo posto in prossimità delle abitazioni. Oggi siamo abituati a immaginare gli Indiani come dipendenti dalla carne di bufalo, che sicuramente rivestiva un’importanza fondamentale nella loro alimentazione. Tuttavia la dieta Nativa ha costituito un modello eccezionale per la nascente America, che ne ha copiato le golosità più importanti. Ad esempio la salsa di mirtilli, la torta di zucca o il pane di granturco sono di origine Indiana, come anche i budini, il tacchino ripieno e perfino la paella, che le squaw cucinavano in pentole di terracotta manufatte, anch’esse poi ” copiate ” dalla nuova America. A colazione si bevevano infusi a base di zenzero, cannella e molte altre erbe aromatiche, mentre invece a cena gli Indiani adoravano il vino di uva selvatica o una sorta di birra ottenuta dalla fermentazione di patate, granturco e noccioline. Spettava poi alle donne variare il pasto giornaliero con fantasia e creatività. Una buona cuoca era molto apprezzata e in grado di mantenere uno status privilegiato per tutta la vita!

Impara la cucina dei nativi Americani!

Ma la sposina sapeva che non avrebbe avuto mai più neanche un giorno di pausa dal duro lavoro per tutta la sua vita: tra i nativi le incombenze delle donne erano tantissime e spesso imponevano fatiche estenuanti. Per questo la comunità femminile era molto compatta e tendeva, alla lunga, ad appianare controversie e antipatie personali. Tra le mogli la gelosia era inevitabile..ma la nuova arrivata era anche una miracolosa mano Santa per il lavoro! Le donne non erano mai troppe, a fronte dei loro innumerevoli doveri: in pratica la tribù si poggiava sulla loro intelligenza e capacità , chiamate ad una sorta di matriarcato invisibile ma insostituibile. Ad esempio le donne erano le uniche in grado di costruire e manutenere i tepee, che sapevano montare in 15 minuti e smontare in 5. Suppellettili, pelli , accessori per cucina e tutto ciò che concerneva la casa erano a loro carico, e perfino le piccole zappe, i rastrelli e tutto ciò che necessitava per le coltivazioni erano in mano all’ arte delle donne, che spesso adornavano tutto ciò con sassi e perline colorati, o le tingevano al chiar di luna. E non basta: anche il vestiario della intera tribù era incombenza delle squaw, che filavano canapa e fibre naturali con arcolai che costruivano da sole e conciavano pelli da animali scuoiati
( questo si! ) dagli uomini. La lista continua con cestini, gioielli, ceramiche, gioielli, mocassini e perfino medicinali, che solo le donne erano in grado di procurare. Non basta? Aggiungiamoci la cura del fuoco, che doveva essere mantenuto sempre acceso, l’allevamento dei bambini a cui poi insegnavano le loro arti, la cura dei malati, la veglia ai morti, la difesa del tepee quando i maschi erano fuori a combattere e forse avremo una pallida idea di quello che rappresentava la vita per le squaw che, negli attimi di pausa, si prendevano cura dei loro mariti facendogli anche..la barba!

Indian Shop patriziabarrera.com

Vieni a conoscere il mio negozio dedicato alla Cultura degli Indiani d’America. Molti prodotti sono equo-solidali e contribuiranno all’economia dei Nativi nelle riserve Americane. CLICCA SULLA FOTO e dagli un’occhiata

Depositarie delle tradizioni orali le donne raccontavano favole vere intorno al fuoco e non di rado presenziavano ad assemblee collettive, dove il loro parere, anche nelle questioni di guerra, erano preziose quanto quelle degli uomini. Gli Europei, per ignoranza o per proprio comodo, definivano le squaw come schiave confondendo l’intelligente operosità per servilismo. IN realtà la perfetta distinzione dei ruoli tra i Nativi Americani garantiva la sopravvivenza del popolo e spiega la mirabile efficienza nei momenti di pericolo o di bisogno, che fece sgranare tanto d’occhi a chi li vide all’opera.

Renè Caisse e la bevanda benedetta

Un libro che fece scalpore e che poi sparì dalla circolazione. La storia di una bevanda tipica degli Indiani Ojibwa che sembra sia in grado di purificare il corpo e guarire da malattie mortali. Prendetelo con le molle: non è un libro di medicina ma può aiutarvi a capire le conoscenze erboristiche dei Nativi Americani, da sempre in mano alle squaw.
SCARICALO GRATIS!
Clicca sulla foto. Te lo regala patriziabarrera.com

Per una sposina l’aspirazione massima era, chiaramente, quella di avere un bambino, il che avrebbe garantito stabilmente il suo posto nella comunità e reso più difficile un ripudio da parte del marito. Un’eventualità non rara ma che, fortunatamente, tra i Nativi veniva risolta in modo pacifico e civile e, a differenza di moltissimi altri popoli considerati più evoluti, con poteri bilaterali. Anche la donna, infatti, aveva la possibilità di divorziare o ripudiare il marito; ciò presso la maggior parte delle tribù avveniva semplicemente abbandonando la tenda nuziale e recandosi senza sotterfugi e in pubblico nella tenda del nuovo marito. Chiaramente i figli minori seguivano la madre ma, giacchè l’allevamento dei piccoli era aperto all’intera tribù, il padre poteva vederli quando voleva e partecipare attivamente, se maschi, alla loro educazione.
In altri casi il ripudio da parte del marito, particolarmente se a causa di infedeltà della moglie, era molto più teatrale: l’uomo si metteva davanti alla tenda suonando il suo tamburo, possibilmente all’alba a mo’ di ” sveglia ” per la tribù, e gridava ” Questa donna non è più mia, chi la vuole se la prenda! “. C’era anche la possibilità che la gelosia non seguisse percorsi così pacifici e inducesse l’uomo ad atti più violenti. In genere presso i Lakota un solo tradimento dava il diritto al marito di tagliare una treccia della sposa e di gettarla nel fiume, due o più potevano indurlo a tagliare il naso della compagna, che quindi avrebbe portato su di se’ il marchio infamante del tradimento per tutta la vita. Erano comunque situazioni estreme: la sessualità, anche nella vita di coppia, era abbastanza aperta e il tradimento , quando veniva punito, aveva motivazioni più sentimentali che sessuali. Il divorzio concedeva alla donna il diritto di portare via con se’ la dote, tutti gli effetti personali e le suppellettili di casa, oltre a un cavallo da carico e tutte le pellicce che aveva conciato per la famiglia.. In molti casi anche il tepee andava via con lei. C’era anche la possibilità che la donna , invece, buttasse fuori il marito. Le motivazioni in questo caso erano quasi sempre per tradimento. All’alba ( ancora? ) la donna prendeva tutte le armi e le frecce del compagno, i suoi effetti personali, il piumaggio e i suoi cavalli da caccia e gli eventuali regali che lei gli aveva fatto e metteva tutto fuori dalla tenda perchè la tribù vedesse che la separazione era definitiva. Dopo un po’ andava via il marito e la donna era libera non solo di rimanere nel tepee ma anche di farci entrare gli uomini che voleva. Un grande esempio di civiltà anche ai giorni nostri!
I motivi della separazione, che era sempre definitiva senza possibilità di ritorno, potevano essere molteplici: in genere per tradimento ma non di rado per il brutto carattere della moglie ( mai del marito!) , l’inadempienza dei propri doveri coniugali, l’inefficienza lavorativa e, in primis, la sterilità femminile. Ne va da se’ che concepire un figlio nel primo anno del matrimonio diveniva di importanza fondamentale per il buon andamento della nuova unione. Per stimolare una donna ” pigra ” sotto questo aspetto, in particolar modo se giovanissima quindi non stabilizzata con le mestruazioni, i Nativi usavano decotti di Cohosh nero ma anche il trifoglio rosso era molto utilizzato, come anche le foglie di salice. IN casi estremi c’erano riti propiziatori che le sciamane conducevano in gran segreto per non fare troppa pubblicità, ma che poi in effetti avevano una risonanza pubblica. Le native davvero sterili erano poche e non di rado l’infertilità riguardava il maschio, ma non ci sono arrivate molte informazioni in merito a questo problema. Se l’uomo aveva il sospetto di non essere in grado di fecondare la donna in genere si rivolgeva all’Uomo Medicina del villaggio..ma in tal caso il rapporto era intimo e stretto come quello nei confronti di un confessore.

Puritani Inglesi in America

Fu la mentalità Puritana a sconvolgere le Americhe e a innescare il fenomeno dell’eccidio dei Nativi ? Scopriamolo in questo documento esclusivo.
SCARICA GRATIS
Clicca sulla foto. Te lo regala patriziabarrera.com

Le ” deviazioni ” sessuali, ad esempio una omosessualità latente che si esplicava nell’ambito del matrimonio, era cosa più unica che rara. L’omosessualità maschile, infatti, lungi dall’essere ostracizzata anche se non veniva favorita, era dichiarata senza alcuna difficoltà. Anzi, vi dirò che presso alcune tribù esistevano uomini che si travestivano da donna e che svolgevano in tutto e per tutto le funzioni femminili! Ma questo sarà l’argomento di una delle prossime puntate. Per ora vi basti sapere che l’omosessuale , in genere precocemente manifesto, non prendeva parte ad alcuno dei riti iniziatici e ,chiaramente, non si sposava ne’ partecipava alle guerre. Diciamo che la sua condizione era quella di un uomo a metà, quindi mai equiparato ad una donna ma mai perfettamente integrato nella comunità maschile. Le sue mansioni in genere erano a carattere artistico o artigianale e non di rado alcuni si dedicavano agli Spiriti o alla Medicina, il che concedeva loro un ruolo a tutti gli effetti. La convivenza con altri uomini era impossibile, tuttavia la frequentazione sessuale con altri maschi non era deprecata. Capirete quindi che il pericolo un marito che si scopra ” deviato ” nell’ambito del matrimonio era pressocchè nullo.
Una volta gravida la sposina non cambiava di molto il suo ritmo frenetico di attività anche se gran parte del suo tempo era concentrato sulla futura nascita del bambino, per il quale non solo lei ma tutte le donne della comunità confezionavano abiti e pellicce. Il piccolo sarebbe poi stato accolto per almeno 8 mesi nel ” Papoose “, una sorta di marsupio molto lavorato, caldo e accogliente che la donna usava portare sempre con se’ nelle sue incombenze lavorative. Il rapporto madre- bambino, infatti, nei primi mesi di vita era strettissimo e i due non si separavano mai, neanche durante il quotidiano bagno al fiume che per le Native delle pianure, più fortunate delle consorelle dei deserti o delle montagne, era un’ abitudine prioritaria. Tranne che nel periodo del mestruo o per un mese dopo il parto la squaw faceva abluzioni mattutine in ogni stagione, anche d’inverno, poichè a differenza di quanto si creda la pulizia per i Nativi era molto importante. Subito dopo il bagno in inverno la donna si ungeva abbondantemente il corpo di grasso di bisonte o di alce per difendersi dal freddo. Il grasso era untuoso e non di rado veniva cosparso anche sui capelli; malgrado le donne lo speziassero con aromi l’odore non doveva essere molto gradevole e questo spiega perchè gli Europei ( che si lavavano molto meno dei Nativi ) considerassero gli Indiani ” sporchi e puzzolenti “.
Accadeva quindi che il bambino conoscesse il freddo dell’acqua molto presto: le donne lo immergevano nudo nell’acqua già un mese dopo la nascita, per poi avvolgerlo in panni caldi dove veniva massaggiato con olii aromatici per una buona mezz’ora. Era un rimedio infallibile per irrobustire il neonato e prepararlo alla dura vita che lo attendeva. Non tutti i bimbi sopravvivevano a questo trattamento, ma per i Nativi un bimbo malaticcio era un problema molto grosso. Da cui il famoso rimedio Indiano
” O vive o muore “, che è arrivato fino a noi. Un bimbo fragile non aveva molte speranze di sopravvivere ; quindi per i nativi era meglio evitargli le sofferenze future con un trattamento drastico. Se il neonato sopravviveva sviluppava automaticamente una robustezza d’impatto. Altrimenti non gli veniva somministrato alcun medicinale per salvarlo. Non era crudeltà ma la dura legge della sopravvivenza che anche le tribù Europee hanno utilizzato in tempi primordiali. Un bambino malato rallenta per forza di cose il normale corso della vita, mettendo a repentaglio anche la sopravvivenza dell’intera collettività.. IN caso di malformazioni o deformità alla nascita valeva analogo discorso. Le madri tuttavia alitavano sul volto del bimbo sfortunato delle droghe volatili che lo avrebbero accompagnato nell’aldilà senza sofferenze. Una forma di eutanasia generata dal dolore e dallo struggimento, non certo dall’aridità di cuore.
Molto meglio di ciò che avveniva nel selvaggio West e perfino nella civilissima Europa, dove i bimbi disgraziati venivano abbandonati, seviziati, violati e spesso oggetto di crudeltà inaudite da parte di adulti e anche dei loro coetanei!

(continua)

Guarda il promo del mio nuovo single ALBA.

Ascoltalo per intero e gratuitamente sul mio sito. Vuoi dare una mano al mio lavoro? Acquistalo!

 

 

Annunci

2 thoughts on “Vita da squaw: una donna efficiente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...