Vita da Squaw: la giovane sposa


Donna Apache 1906

(continua)

Tuttavia il periodo più importante ( e anche quello  che durava più a  lungo ) per la vita della giovane squaw era sicuramente quello precedente al matrimonio, volgarmente chiamato ” corteggiamento “.

Dico volgarmente rapportato ai tempi di Oggi, in cui ci si fidanza e sfidanza in cinque minuti e a vent’anni si è già collezionati un centinaio di amanti.: per gli Indiani d’America si trattava di un periodo di profonda conoscenza dell’altro, intesa sia in termini spirituali che, nei limiti concessi, sessuali e sempre finalizzato al matrimonio. La sfilza di fidanzati in prova non era ammissibile e neanche concepibile.  Benchè “ l’allenamento al sesso ” si potesse farlo con amanti anche non ufficiali tuttavia l’aspirante marito era uno solo e tale doveva rimanere fino alla morte di uno dei coniugi. Quindi scegliere oculatamente era fondamentale, e non di rado i criteri di valutazione si allargavano alla sfera sessuale. Non stupitevi : per molte tribù la sessualità era parte fondamentale della vita, la si insegnava normalmente ai bambini che comunque ne erano già edotti vista la promiscuità sessuale del tepee, dove non solo padre e madre ma mogli secondarie, anziani genitori e schiavi dormivano assieme. 

La verginità non era propriamente un valore, fatta eccezione per alcuni rituali , tipo quelli legati alla fecondità di madre Terra, in cui necessitava“l’utilizzo ” di una fanciulla illibata.  Chiaramente una maternità precedente al matrimonio era sicuramente scomoda e mai favorita. IN determinati casi si optava per alcune erbe anticoncezionali come l’infuso di radice di salice che, oltre a svolgere una valida azione antinfiammatoria e anti – infettiva, proteggeva anche da gravidanze indesiderate. La radice veniva utilizzata anche dalle bambine appena mestruate che, tuttavia, rimanevano sotto la tutela e il controllo dei genitori. Il motivo di questa scelta era funzionale: le ” fuitine ” non erano infrequenti e gli incontri clandestini all’ordine del giorno. Accadeva infatti che l’aspirante corteggiatore ufficiale bruciasse i tempi ” abboccando ” la fanciulla al fiume molto prima di dichiararsi ai genitori di lei. Era facile così che nascessero relazioni precedentemente al mestruo, evento che metteva  “ufficialmente  in piazza ” la squaw. Esercitare un controllo continuo di giorno era praticamente impossibile; quindi la prevenzione risultava l’unico e il più semplice dei metodi di controllo delle nascite.

D’altronde, prima che i Nativi venissero affamati dal Governo Americano e contagiati dalle malattie dell’ Esercito , le donne godevano di una salute eccellente grazie alla profonda conoscenza del territorio, che metteva a loro disposizione un vero e proprio arsenale farmaceutico in grado di supportarle anche in periodi di carestia e di siccità.
Tutto ciò chiaramente scomparve con la nascita delle riserve e contribuì ampiamente all’aumento della mortalità infantile tra i Nativi : fino all’arrivo dei bianchi, invece, era molto più facile che sopravvivesse alla primissima infanzia un bambino Indiano piuttosto che uno Inglese nato nello stesso periodo.

Sposa Lakota 1895

UNa sposa Lakota nelle riserve del Texas, 1895. I capelli sciolti indicano la sua natura di vergine e il fatto che non è ancora sposata. Le spose applicavano pietruzze colorate sulla parte superiore del vestito delle nozze, oltre a piume, monili e talismani. Gli abiti erano più o meno ricchi a seconda della ricchezza del clan o delle abitudini della tribù. In inverno si trattava di abiti di pelle a cui veniva aggiunta una stola di pelliccia più o meno lunga. Ai piedi morbidi mocassini . In seguito alla conquista i vestiti delle nozze divennero più leggeri, spesso ricamati all’occidentale ma sicuramente molto più dozzinali. Nelle riserve l’occidentalizzazione era tenacemente favorita.

La fase del corteggiamento era pressocchè identica tra le varie tribù e si differenziava forse solo sulla base di eventuali limitazioni all’autonomia delle donne, che ad esempio tra gli Apache erano molto accentuate. In pratica però anche le donne di questa tribù, benchè sicuramente schiavizzate e non valorizzate dalla popolazione maschile , potevano facilmente ” svicolare ” e appropriarsi temporaneamente della propria libertà di autogestione.
Normalmente il primo contatto tra maschio e femmina avveniva in pubblico, con sguardi ammiccanti e lievi movimenti del capo, sorrisi un po’ ebeti…insomma tutto il repertorio classico adolescenziale. Se la femmina mostrava di gradire a sua volta ecco che si procedeva con il secondo abboccamento, già più audace. Il maschio cercava di catturare l’attenzione della bella ” urtandola ” per sbaglio mentre passeggiava da sola o anche tirandole per scherzo un lembo della veste. A volte era anche più audace e riusciva a toccare alcune parti del suo corpo quando la fanciulla meno se lo aspettava, tipo quando era intenta a lavare i panni al fiume o a tirar su acqua negli otri.
Infine si passava alla fase finale: abboccamento con dichiarazione verbale. Bastavano due parole al momento giusto del tipo ” mi piaci ” o ” vorrei vederti ” per aprire la porta ad un fidanzamento più o meno ufficiale, che si poteva concludere anche con rapporti intimi . I Nativi utilizzavano il linguaggio dei segni e quindi ” prendere appuntamento ” non era cosa difficile. Bastava fissarlo di notte, quando necessariamente la fanciulla si allontanava dalla tenda per ” fare pipì “, e il gioco era fatto.
Per i più ligi alle regole le possibilità erano molteplici: un aspirante fidanzato ufficiale poteva prendere direttamente contatto coi genitori della fanciulla e dichiararsi per fissare un prezzo ( o dote, come dir si voglia.) Se i genitori bocciavano la proposta l’unico rimedio era scavalcarli attraverso la famosa fuitina o ” superarli ” nelle pretese.

sposa Kiowa 1890

Ecco una sposa Kiowa, 1890. Qui l’abito è già più leggero ma non si rinunciava alle immancabili perline e alle tradizionalissime frange.

Come riferisce Alce Nero in una delle molteplici interviste fatte illo tempore non pochi spasimanti si cimentavano in ardue imprese, pur di ottenere il favore dei futuri suoceri. Una tra tutte la vicenda di Cavallo Alto che si sentì rifiutare la mano della sua bella dai due vecchi genitori di lei, i quali non volevano separarsi dalla loro unica figlia. Sembra addirittura che la legassero al letto di notte per impedirle di scappare, pratica questa abbastanza inflazionata tra i Sioux e i Cheyenne. Si organizzò quindi ” il ratto ” della fanciulla, che a quanto pare si era stufata di essere zitella. Tuttavia il rapimento non funzionò perchè i vecchi erano già stati allertati da qualcuno. Così Cavallo Alto tentò il tutto per tutto: si recò nottetempo in un villaggio Sioux e, uccidendo da solo tutte le sentinelle, si appropriò di ben 100 cavalli che portò in riscatto della fanciulla.
” Bastano questi ? ” – chiese spavaldamente il moroso, lordo di sangue, facendo le cose bene in pubblico. Il vecchio padre di lei annuì, aggiungendo : ” Non mi interessava avere tanti cavalli per mia figlia, desideravo solo per lei un vero uomo. E questa impresa dimostra che tu lo sei .”
Non tutti i fidanzati tuttavia erano in grado di compiere ( e rimanere vivi ) tali prodezze; molti puntavano sulla tenacia e la capacità di sfinimento dei futuri suoceri che, se recalcitranti, si vedevano letteralmente assediati dallo spasimante che, con tutti i suoi effetti personali, dimorava davanti alla loro tenda notte e giorno, giorno e notte, senza allontanarsene mai. Eventi nefasti a parte in tempi di pace questo assedio poteva durare mesi, finchè alla fine si patteggiava.
Altra possibilità era che lo spasimante si dichiarasse ai genitori della fanciulla senza essere sicuro del consenso della sua bella. O magari la futura sposa era troppo giovane per prendere in considerazione l’eventualità del matrimonio. Si cercava così di affrettare i tempi mettendo i due in diretto rapporto che culminava…sotto una coperta. Proprio così: davanti al parentado della squaw i due si accomodavano per terra e si avvolgevano in una coperta in modo da fare conoscenza…non solo platonica. Inutile dire che il petting moderato era in agguato. Se la fanciulla mostrava di gradire si andava avanti con le promesse ufficiali…altrimenti la madre di lei toglieva immediatamente di torno la coperta e lo spasimante veniva immediatamente congedato senza possibilità di recupero.
Poteva infine accadere che l’ infatuazione fosse unilaterale, ad esempio un focoso guerriero che si invaghiva di una fanciulla completamente all’oscuro del suo amore. In tal caso la via migliore era quella di rivolgersi ufficialmente alla giovane, facendole recapitare nel tepee doni di varia natura, in genere vasellame e monili. Se la fanciulla li rifiutava seguiva l’invio di doni più preziosi, magari con l’aggiunta di qualche cavallo al fine di far leva sul cuore dei futuri suoceri. Al terzo rifiuto la faccenda si riteneva chiusa. C’era poi la modalità della ” cura dei cavalli “. IL giovane nottetempo legava fuori del tepee della squaw alcuni cavalli, che venivano lasciati lì fuori senza biada o acqua. La fanciulla aveva quattro giorni di tempo per occuparsene, dimostrando quindi di gradire e accettare il corteggiamento. Secondo codici non scritti occuparsi dei cavalli il primo giorno era indice di scarsa moralità, come a dire ” ragazza facile “; arrivare al quarto era segno di superbia ed eccessivo orgoglio. La via di mezzo era quella giusta e se alla cura veniva aggiunta una bella strigliata ai poveri cavalli…beh, allora era fatta, matrimonio in vista!

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Qualunque fossero le modalità utilizzate per impalmare una giovane squaw è da sottolineare il fatto che, quando i due appartenevano alla stessa tribù, niente avveniva senza il consenso della fanciulla, che rimaneva sempre soggetto Attivo della successiva compravendita. Nel frattempo i due avevano già approfittato abbondantemente della reciproca conoscenza prima che si arrivasse al matrimonio vero e proprio. Il corteggiamento era lungo e complicato e bisognava che il moroso approfittasse di qualsiasi occasione per strappare qualche minuto di attenzione alla bella! A volte, proprio come in Occidente, c’era qualche vecchia parente che organizzava incontri clandestini tra i due… ma sempre sotto il proprio controllo. A volte invece qualche cerimonia intorno al fuoco o qualche festa del villaggio poteva accelerare i tempi e contribuire a fortuiti abboccamenti. In ogni caso chi decideva se concedersi o meno era sempre la fanciulla, e anche il famoso ratto doveva necessariamente avere il suo assenso. La dignità della futura sposa era un bene prezioso che qualsiasi uomo aveva il dovere di preservare. Lo stupro era duramente punito dalla tribù: il violentatore poteva essere evirato, allontanato dal villaggio o condannato ad una lunga e lenta agonia, a seconda della gravità del suo misfatto. Stuprare una vergine del proprio clan era un reato gravissimo, in genere punito immediatamente con la morte. Meno grave quello eseguito su una donna che avesse già partorito, che veniva punito con un sostanzioso indennizzo economico e l’esilio temporaneo dalla tribù. Tuttavia, una volta reintegrato in loco, lo stupratore difficilmente veniva più coinvolto in imprese gloriose.

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Le cose andavano molto diversamente se un guerriero spasimava per una squaw di altra tribù, magari nemica: poteva accadere, la storia di Giulietta e Romeo non è patrimonio esclusivo dell’Occidente! IN questi casi i problemi erano di due tipi: il primo era come comprarsi la propria donna, con la quale poteva anche esserci già stato del tenero. Il secondo era DOVE condurla e a quale tribù dovesse fare riferimento la giovane coppia.
Tra i Nativi Americani in molte tribù e non solo tra gli Irochesi vigeva la legge del matriarcato di sangue, chiamata anche ” Legge della Famiglia Uterina ” per cui, a differenza di quanto accade in Occidente, era il maschio che una volta sposato entrava a far parte del clan della sposa. Tuttavia tra tribù rivali o semplicemente diverse per usi e costumi l’assorbimento di un guerriero era molto difficile, per non dire impossibile. Non solo la ritualità ma il linguaggio, le abilità di guerra, le esperienze di gruppo e a volte anche le credenze religiose erano troppo diverse per permettere ad un giovane uomo l’integrazione completa, anche qualora costui fosse completamente d’accordo a sottomettersi alle nuove usanze.. Inoltre, non avendo partecipato alle cerimonie iniziatiche della tribù che sancivano il passaggio dell’adolescente a guerriero dopo una lunga serie di prove, il nuovo arrivato non avrebbe mai partecipato alle future guerre della tribù di acquisizione ma sarebbe rimasto..in panchina con le squaw. Ciò al fine di evitare ripensamenti in battaglia e magari appoggiare il proprio clan di appartenenza contro quello nuovo in fasi decisive di guerra. E’ vero che
( il film Balla coi Lupi insegna ) con il tempo o in seguito a particolari imprese gloriose il guerriero poteva godere di una riabilitazione completa, ma era un’eccezione di trascurabile importanza. Per un guerriero Indiano l’umiliazione di venire considerato ” mezzo uomo ” anche solo per cinque minuti era troppo cocente per potervisi adattare!

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Quindi l’unica alternativa era un abbandono completo e definitivo delle rispettive tribù, che potevano essere consenzienti o assolutamente contrarie. In quest’ultimo caso vere e proprie spedizioni di recupero seguivano le tracce dei fuggitivi ..con finali quasi sempre tragici: lui ammazzato, lei vittima di violenze di gruppo.
Per questo motivo le rispettive famiglie spesso si riunivano in segreto e favorivano la pacifica dipartita della coppia, che non avrebbe mai più potuto fare ritorno e riabbracciare i propri cari. Capirete che solo un grande, grandissimo amore poteva costringere i due amanti a optare per questa drastica e amara soluzione. Non avveniva molto spesso. La coppia, sola nelle immense praterie, sarebbe stata facile preda per chiunque, Indiano o Yankee che fosse.

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Con rassegnazione la squaw preferiva quindi sposare un uomo della propria tribù e, se possibile, continuare una relazione clandestina con il primo amante. A proprio rischio e pericolo, però: anche se non considerato un reato l’adulterio veniva spesso punito da molte tribù con ..il taglio del naso della donna, che rimaneva quindi sfregiata orribilmente per tutta la vita.
A fronte di un lunghissimo corteggiamento, spesso irto di pericoli, l’atto del matrimonio era cosa da poco. Per molte tribù consisteva nell’ingresso della fanciulla nella tenda matrimoniale, allestita dalla famiglia di lei. Qui la ragazza accendeva il fuoco e vi si sedeva a lato, il posto normalmente occupato dalla moglie, ed era fatta. Seguivano feste e tripudi che duravano anche vari giorni, a seconda del grado di importanza della coppia. IN altri casi lo ( o la ) Sciamano poneva per terra davanti alla giovane coppia un bastone, segno del limite tra la vita da single e quella da sposati. Dopo le benedizioni del caso, l’aspersione di ” sacro fumo ” e spesso bevande che gli sposi si scambiavano tra loro la coppia veniva invitata a fare un salto all’unisono oltre il bastone, cosa che accadeva tra la festosità generale. Poi gli sposini venivano accompagnati in massa al nuovo tepee, dove in genere consumavano mentre fuori fervevano i festeggiamenti. Insomma, il rito del matrimonio si riduceva ad una ufficializzazione di qualcosa che già tutti sapevano da un pezzo. Più che altro rivestiva un significato propiziatorio, giacchè era per tutti un momento di pausa e di gioia nella difficile quotidianità. Il giorno dopo la coppia era già al lavoro e così sarebbe stato per tutto il resto della propria vita.
Molto diverso era invece il matrimonio ” poligamico “, conseguenza di un rapimento o di una vedovanza. Ho già detto che la monogamia non era molto diffusa tra i Nativi, almeno prima dell’arrivo degli Spagnoli e dei Gesuiti, che inculcarono ( e poi imposero) l’obbligo di una sola moglie. Per millenni la poligamia aveva invece rivestito un’importanza fondamentale tra gli Indiani d’America, data la precarietà dell’esistenza e la notevole mortalità infantile e delle puerpere. Inoltre moltissime erano le giovani vedove che, se non riuscivano a riammogliarsi dignitosamente, venivano in certo senso ” riscattate ” dai capi di tribù amiche o da personaggi importanti che le inserivano di diritto nell’esercito delle altre mogli. MAI le vedove potevano risposarsi con parenti del defunto marito, pena la morte. Ciò avveniva ai fini di prevenzione di malattie genetiche, piuttosto che per motivi prettamente religiosi. Forse non la competenza scientifica ma sicuramente l’esperienza pratica secolare aveva portato a questa regola assoluta; si sa infatti che la mescolanza continua dello stesso sangue può generare malattie ereditarie e indebolire la razza.
In ogni caso le donne, soprattutto se giovani, erano merce troppo preziosa per la comunità per lasciarle insterilire in seguito ad una precoce vedovanza.
Una vedova inconsolabile non era mai favorita, ma anzi guardata con diffidenza

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. Altre mogli, poi, arrivavano dai ” ratti ” praticati sulle tribù rivali e l’unica modalità per favorire la loro integrazione nella nuova tribù passava attraverso il letto del rapitore, che poteva poi cedere la donna al migliore offerente del proprio clan. La sorte delle rapite era spesso difficile e non di rado le gelosie e le vessazioni delle mogli ufficiali potevano portare la poveretta al suicidio. Considerate che molto raramente le donne venivano rapite insieme ai loro figli: se giovani si preferiva prelevarle da sole, affichè il taglio con la vita precedente fosse netto. Così, benchè abituate fin da piccole all’eventualità di una tale sventura, molte fanciulle preferivano annegarsi nel fiume o tagliarsi la gola piuttosto che soggiacere all’ amarezza della nuova esistenza. Non trascurate il fatto che moltissime subivano violenza perchè, se è vero che dignità della donna della propria tribù era sacra, lo stesso discorso non valeva per le donne della tribù dei vinti, a cui veniva immediatamente imposto il dazio della schiavitù. Nel tempo la condizione di schiava si stemperava, soprattutto se la rapita aveva dato alla luce altri figli o era stata elevata al rango di moglie. Più la donna era giovane meno umiliazioni le venivano imposte; paradossalmente una bambina rapita soffriva molto meno di una giovane squaw, poichè su di lei non veniva mai praticato lo stupro e la sua giovane età le avrebbe addolcito il faticoso trapasso. La bambina si adattava facilmente ai nuovi usi e costumi e molto spesso da adulta diventava moglie ufficiale di qualcuno. Stuprare una vergine, inoltre, era grave reato.
Il rapimento delle donne fu bollato quasi subito dalla Chiesa Cattolica e poi dal Governo Americano come perversione, il che spianò la strada del diritto ufficiale allo sterminio dei nativi: probabilmente i nuovi arrivati su suolo Americano soffrivano di memoria corta e avevano dimenticato gli innumerevoli atti di violenza condotti da sempre sui popoli conquistati, non ultimo le squaw che proprio dall’Esercito degli Stati Uniti subirono le violenze più inaudite, che culminavano spesso con l’uccisione loro e dei figli neonati. Proprio nel massacro di Sand Creek le atrocità si sprecarono se è vero, come riportato da numerosi testimoni oculari, che i soldati non si limitarono a stuprare e uccidere le giovani squaw ma le mutilarono atrocemente, sguazzarono nel loro sangue e si costruirono ” borsette per le polveri da sparo ” con le loro parti intime complete di pelo. A fronte di tali misfatti il ratto delle donne pare poca cosa. A giustificazione della pratica intervennero anche motivi di salute, di non trascurabile importanza. Come per il veto di sposare vedove del proprio clan anche ” l’ importazione ” delle donne di altre tribù aveva un significato igienico di ricerca di ” sangue nuovo “, che potesse offrire materiale genetico diverso alla tribù. Il matrimonio tra consanguinei reali che troviamo in moltissime civiltà del passato ( e che in Occidente è scomparso relativamente tardi) ha sempre avuto come pessimo risultato l’indebolimento delle famiglie e la trasmissione ereditaria di malattie spesso mortali
Tuttavia il ratto rivestì una parte amarissima e importante nella vita di migliaia di squaw che lo subirono.
Santificati spesso di riflesso, dopo le innumerevoli campagne pubblicitarie negative di cui i Nativi furono vittime per decenni, tuttavia gli Indiani d’America non erano dolci di sale con le proprie donne. IN particolare Apache, Uroni, Kiowa, Pueblo, Navaho e tanti altri amavano sottometterle e le violenze e gli stupri erano all’ordine del giorno.
La captivity, che in seguito interessò anche le donne Europee, è densa di truculenti racconti di stupri di gruppo, torture, umiliazioni e anche omicidi. Gli Indiani non erano tutti buoni; c’erano anche quelli cattivi, così come in ogni parte del mondo. E in alcune tribù le peggiori torture venivano imposte proprio dalle donne sulle donne, e dalle donne sui prigionieri di guerra. Essere squaw presso gli Apache, ad esempio, rendeva avvezze all’odio e al rancore: presso questi ultimi l’usanza comune era di lasciare i propri nemici prigionieri in mano alle donne, a quanto pare espertissime di orrende torture che protraevano con godimento per giorni e giorni, arrivando spesso a rianimare la vittima e a prestargli delle cure per continuare poi a torturarla. Come al solito le cose non sono mai del tutto bianche o del tutto nere, ciò che cambia è da dove le si guarda..
La giovane sposa entrava da subito in rapporto diretto con le altre donne della famiglia del marito che, insieme a quelle della propria famiglia di origine, avrebbero rappresentato da quel momento in poi unico riferimento, sostegno e appoggio economico. Tra parenti le gelosie e gli scontri personali erano banditi e, volenti o nolenti, tutte le donne sarebbero vissute in stretto contatto per tutta la vita. Questo rapporto era infatti molto più longevo di quello che intercorreva tra gli stessi coniugi, poichè non si esauriva mai, neanche con la morte del marito di una di loro. Ogni fanciulla, quindi, prima di scegliere uno sposo doveva pensare a lungo sulla eventualità di antipatie personali che potevano nascere con questa o quella parente acquisita. Il clan delle donne in genere era una mano santa coi bambini e con la fatica quotidiana..ma poteva diventare una condanna a vita se la nuova arrivata non godeva delle simpatie generali. Evitare di rapportarsi con qualcuna delle donna era un’offesa per tutte, quindi si cercava di addivenire a pacifici compromessi caratteriali. C’è da dire che per fortuna le donne Indiane non erano attaccabrighe o rancorose; la vita era troppo breve per sciuparla in passioni di basso livello, quindi la sposina poteva il più delle volte contare su un gruppo d’aiuto valente e generoso, che si sarebbe fatto in quattro per sostenerla nelle prime fasi del matrimonio, che si concentravano particolarmente sulla ricerca di erbe medicinali in grado di stimolare e favorire la gravidanza della nuova arrivata. La maternità poneva ogni giovane sposa automaticamente al sicuro da ripudi o avventati divorzi e la elevava al rango supremo a cui poteva aspirare la donna Nativa.

Un documentario davvero interessante che vi consiglio di guardare se volete conoscere i Nativi Americani prima dell’ arrivo di Colombo. Attivate i sottotitoli!

I figli erano benedetti e allevati da tutto il gruppo, senza distinzioni di sorta. La parola ” mamma” era un termine globale e qualsiasi bambino la rivolgeva indifferentemente alla madre biologica quanto a tutte quelle che se ne occupavano. Ogni fase di crescita del pargoletto era oggetto di riflessioni, interventi e supporti collettivi, e non di rado chi aveva più latte si offriva di allattare il bimbo di chi ne aveva di meno. Le gravidanze, i parti, le malattie, tutto era filtrato da decisioni comuni che a volte potevano anche scavalcare la madre biologica nell’interesse del bambino. Come nella comunità maschile anche tra le donne l’anzianità veniva onorata e la sua esperienza messa a servizio di tutto il gruppo. Le donne molto avanti con gli altri erano quelle che preparavano gli intrugli e le tisane a scopo terapeutico, interrogavano gli astri e fissavano date per matrimoni, seppellimenti e interventi chirurgici. Toccava poi allo Sciamano della tribù interrogare gli Spiriti ma la ritualizzazione di base veniva quasi sempre organizzata dal suo alter ego al femminile che, incarnando la natura della madre Terra, equilibrava l’aiuto del mondo ultraterreno…..

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