Vita da Squaw – Da bambina a giovane donna.


Magic Old America Patrizia Barrera

A volte idealizzata, a volte vessata e oggetto di schiavitù la condizione della squaw presso i Nativi Americani non era tanto diversa da quella che conducevano le donne nello stesso periodo, in Occidente quanto in Oriente. Fatta eccezione per brevi periodi di illuminato matriarcato che si sono susseguiti a singhiozzo nei secoli passati, la figura femminile ha sempre rivestito ruoli sociali subalterni. IN quasi tutte le società, malgrado la sua essenzialità funzionale,la donna è sempre stata vittima di ottuse visioni maschiliste che l’hanno relegata a condizione di oggetto o merce di scambio. I Nativi Americani non furono da meno, anche se bisogna riconoscere che la sudditanza della donna nasceva in questo caso da precise necessità esistenziali e non da convenzioni religiose o di stampo culturale, come avveniva invece nel Vecchio Mondo o in Oriente.


Si può anzi affermare che, a differenza delle Europee, le donne Indiane godevano di una libertà di costumi e di comportamento che forse solo le pioniere del Nuovo Continente hanno potuto assaporare. La durezza delle vita imponeva alle tribù, fondamentalmente nomadi e costantemente in lizza con i propri vicini, una rigida separazione dei ruoli e una perfetta organizzazione strutturale che prescindeva dal sentimento e dall’affezione familiare. Così, se in casi di esodo forzato erano le donne anziane e non più utili ad essere abbandonate, ciò non era frutto di atteggiamenti disumani o ingratitudine, bensì il disperato tentativo di porre in salvo l’intera tribù. La netta distinzione tra maschio e femmina, per i Nativi, era infatti evidente soprattutto in età matura: il maschio, guerriero e cacciatore, per forza di cose conduceva una vita di relazione, mediazione e cooperazione con gli altri maschi della sua quanto delle tribù amiche. Fino alla morte, la sua esperienza era indispensabile per gli altri e a volte le capacità strategiche dell’anziano potevano fare la differenza tra la vita e la distruzione di un intero popolo. Il ruolo femminile, invece, era tutto compresso nell’ambito familiare e tribale, per cui la sua sfera esperenziale , pur fondamentale per il buon andamento del gruppo, tuttavia era estremamente limitata e si esauriva lì dove la vecchiaia non permetteva più il normale svolgimento dei compiti quotidiani.

Donna Skokomish 1930

La condizione della donna Indiana anziana era sempre in bilico. Benchè la vecchiaia venisse onorata e funzionalizzata dagli Indiani d’America, la possibilità di dover fuggire improvvisamente e di rifugiarsi in altri campi, per problemi ambientali o per sfuggire ai propri nemici, era molto alta. Quando ciò avveniva gli anziani erano compresi nel piano di esodo, a patto che fossero in grado di reggere il duro ritmo dell’intera tribù, e da cui non erano risparmiati neanche i bambini. Se l’anziano era troppo malato e non più autosufficiente spesso veniva abbandonato nella propria capanna o, al massimo, condotto in salvo nel miglior luogo possibile, dove comunque era costretto a provvedere a se stesso da solo. La malattia e l’invalidità, infatti, avrebbe rallentato eccessivamente il ritmo di marcia della tribù mettendone a repentaglio la sopravvivenza. La decisione non era quindi dettata da motivi di crudeltà bensì da motivazione reali. A parità di condizioni si preferiva comunque mettere in salvo il maschio anziano piuttosto che la donna di una certa età, poichè il vecchio era dispensatore di un bagaglio di esperienze sociali che poteva mettere ancora a servizio della tribù.
In questa foto donna Skokomish, 1930.

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Ogni squaw era perfettamente cosciente della provvisiorietà del suo ruolo e della possibilità che il destino chiedesse a qualcuna il sacrificio estremo. D’altronde il guerriero metteva costantemente in gioco la sua vita per difendere l’intera tribù dal ratto, l’assassinio e la conduzione in schiavitù: da qualsiasi parte si guardasse i conti tornavano, e non sempre a erano a sfavore della donna.
La vita della squaw ( termine che in lingua Algonchina indicava semplicemente una fanciulla, da “ethskeewa” ) iniziava alle prime luci dell’alba e terminava al momento di andare a letto, momento in cui rivestiva il ruolo di moglie e amante. I suoi compiti erano molteplici e polifunzionali: si andava dal disbrigo delle faccende domestiche, in particolare cucinare le pietanze e mantenerle sempre calde e pronte all’uso, al confezionamento dei vestiti e dei mocassini per l’intera famiglia, alla ricerca di radici e bacche, alla coltivazione del mais e all’allevamento degli animali, che per molte tribù nomadi rappresentavano unica fonte di sussistenza nel periodo in cui i bisonti erano assenti. A ciò le donne aggiungevano altre abilità, altrettanto indispensabili: erano in grado di sventrare, pulire e scuoiare la selvaggina con il semplice utilizzo di un coltello d’osso, salavano le carni, conciavano le pelli, dipingevano gli attrezzi di guerra, tingevano i vestiari, montavano e smontavano il tepee in una sola ora e, all’uopo, erano in grado di cacciare e difendere il proprio villaggio. Infine allevavano e accudivano i figli, curavano gli ammalati, interpretavano i cicli della terra e i messaggi degli spiriti, preparavano i morti e si occupavano dei funerali. Una vita piena e difficile da cui gli uomini erano esentati, occupati com’erano a organizzare la guerra. Malgrado ciò le donne rimanevano analfabete per tutta la vita, venivano escluse dal consiglio degli anziani e dalle danze rituali e la loro presenza sociale si limitava alle celebrazioni stagionali, ai riti di fidanzamento e matrimonio e, chiaramente, alle veglie funebri. Tuttavia,rispetto alle donne operaie della civilissima Inghilterra sfruttate nelle filande, o delle bambine Cinesi abbandonate nella spazzatura o , ancora, delle mogli Indù immolate sul rogo del marito morto e delle povere creature ammazzate dalla Santa Inquisizione come streghe, la condizione della Squaw era sotto molti aspetti nettamente migliore.

Il Nativo Americano, infatti, era sostanzialmente ” libero “. La sua idea di indipendenza andava oltre i limiti imposti da tutte le civiltà Europee del periodo, presentando addirittura molteplici agganci con il concetto di anarchia. Anche il ” capo ” in realtà non comandava, ma la sua funzione era puramente di stimolo alla riflessione e alla pacificazione; tutte le decisioni importanti venivano prese dal consiglio degli Anziani della tribù e dai capi delle tribù amiche. In questo senso l’idea regolatrice della società Nativa Americana era il rifiuto dell’Istituzione e della figura del potere assoluto. Il vero potere operante era quello della PAROLA, in base alla quale ogni uomo o donna aveva il diritto di accettare o confutare ciò che veniva loro proposto, cosa che avveniva negli ambiti di appartenenza. Così se l’uomo poteva dire la sua ad alta voce la donna si esprimeva, non con meno forza, dal seno della famiglia , da cui sceglieva un adeguato referente che riportasse al consiglio le proprie osservazioni.
In una società così ben calibrata ogni uomo o donna non viveva e agiva in funzione della collettività ma era responsabile per essa esclusivamente in situazioni imperative, come la difesa dal nemico o la caccia al bisonte. In tutti gli altri casi l’individuo ragionava per se stesso senza dover rendere conto a nessuno, tantomeno gli veniva chiesto di adeguarsi a regole di comportamento collettivo di matrice politica o religiosa. La verginità femminile, ad esempio, era un concetto assolutamente assente per il Nativo Americano, e così tutte quelle imposizioni spesso discriminanti a cui le fanciulle di altri mondi erano costretti ad assoggettarsi. La famiglia era un ambiente aperto, in cui la punizione e le regole erano praticamente bandite: i bambini, posti in diretto contatto con la dura quotidianità, si autoregolavano esprimendo al massimo le proprie peculiarità caratteriali.

Femmine e maschi vivevano assieme, senza alcun tipo di pudore nemmeno nell’espletamento delle proprie necessità corporali. IL sesso non era considerato peccaminoso, come anche l’omosessualità: se l’accoppiamento selvaggio non veniva favorito era semplicemente per motivazioni pratiche e comunque il matrimonio precoce, spesso celebrato subito dopo il menarca della bambina, era consuetudine costante.
Il ratto delle donne da parte delle tribù nemiche non era costume propriamente Indiano ma una pratica comune presso tutti i popoli antichi ( e non di rado anche in civiltà progredite come quella attuale). La femmina come merce di scambioo come possesso ha radici ataviche e nasce dalla preziosità della donna, non certo da una considerazione dispregiativa di essa. Un popolo con molte donne ha sempre possibilità di sopravvivere: di contro una tribù privata della sua ricchezza femminile è di certo destinata all’estinzione. Un concetto che verrà poi allargato anche alle donne pioniere e che spiega le numerosissime razzie dei Nativi durante le guerre Indiane: non fu solo per ritorsione ma innanzitutto per istinto di sopravvivenza che i Nativi cominciarono a rapire le donne bianche, e comunque dopo che l’Esercito degli Stati Uniti iniziò a mettere a ferro e fuoco i loro villaggi. Quando infatti nel 1600 i primi colonizzatori Inglesi e Francesi arrivarono negli stati del Nord America, la pratica del rapimento delle donne bianche era ridotta all’osso: quando ciò avveniva in genere era per curiosità e per vezzo di possedere una femmina ” dai capelli color del grano maturo”. Questa pratica fu poi stimolata e favorita proprio dai Governi dell’una e dell’altra parte in lotta per il predominio sui territori Americani, che spesso elargivano in premio agli Indiani alleati le donne bianche del proprio nemico.

vergine ouray, 1898

Fanciulla Ouray, popolo meglio conosciuto come Ute, nel 1898. La frangetta e la mancanza di perline sul vestito indicavano la sua condizione di vergine

In periodi di pace la ” compravendita ” delle donne avveniva nell’ambito del matrimonio, ed era uno dei pochi avvenimenti ” corali ” della tribù che spesso partecipava attivamente compensando eventuali mancanze del ” compratore ” nei confronti della famiglia della sposa. Poteva accadere, infatti, che per il padre della fanciulla questa avesse un valore superiore alle sostanze del futuro sposo, in termini di coperte e cavalli. Quindi poteva succedere che i parenti di questo , ma anche amici e simpatizzanti, integrassero con i propri averi ciò ciò che mancava del prezzo richiesto. Ciò perchè il matrimonio era considerato un evento pubblico, con risvolti innegabili sul futuro della tribù. A ben vedere si tratta di un comportamento e di una pratica civilissima, che deve essere intesa non come vendita bensì come risarcimento per la famiglia della sposa, che si priva di un bene prezioso. Molto simile, ma più illuminato, al fenomeno ancora in auge della
” dote ” della sposa, che tuttavia per la civilissima Europa poggia le sue radici su un aridissimo concetto di risarcimento non alla famiglia di origine bensì alla fanciulla stessa che, sposandosi, perde il diritto all’eredità paterna poichè diventa ” proprietà ” del marito.
Per sognare con un pizzico di nostalgia vi illustro brevemente i vari passaggi che accompagnano la fase del raggiungimento della pubertà al matrimonio della fanciulla.
Si tratta di una fase importantissima per la giovane squaw, che condizionerà per sempre la sua vita di donna adulta. I Nativi Americani ne hanno coniato poesie bellissime, che dimostrano quanto amore si celasse nel cuore di padri e madri nell’atto di separarsi per sempre dalla propria creatura. Esse sono arrivate intatte fino a noi grazie alla tradizione orale ancora viva tra i Nativi, e che è stata in grado di fermare il tempo. Grazie a questa memoria collettiva possiamo ancora gustare pienamente le immagini di cerimonie iniziatiche che si svolgevano in America migliaia di anni fa.
L’infanzia dei bambini Indiani , completamente senza regole, era una delle più felici tra i popoli antichi: coccolati, nutriti e oggetto di insegnamento pratico riguardo le nozioni fondamentali della vita, i fanciulli venivano allevati dall’intera tribù senza distinzioni reali tra madre vera e madri acquisite. L’accudimento dei piccoli era quindi un evento globale, atto alla difesa e all’istruzione e mai alla coercizione. Il Nativo non aveva una lingua scritta: qualsiasi insegnamento era impartito oralmente e veniva livellato sulle diversità caratteriali dell’individuo, ma anche e soprattutto in base alle differenze delle future mansioni del fanciullo. Quindi, se al maschio veniva insegnato a cacciare e i rudimenti essenziali dell’arte della guerra, alla femmina venivano impartiti quelli inerenti al suo futuro destino di moglie e di madre. Tuttavia, riguardo l’utilizzo delle armi, non esisteva una netta differenza tra maschio e femmina. Soprattutto tra Cheyenne e Apache la bambina era in grado di montare a cavallo e maneggiare un Tomahawk esattamente come un maschio, utilizzare arco e frecce e costruirsi elementari ma funzionali sistemi di difesa.

In situazioni di necessità molte donne imparavano anche a uccidere e scalpare il proprio nemico e non di rado, assenti gli uomini, le donne e gli anziani della tribù venivano lasciati in affido ad alcune di esse capaci di maneggiare le armi e di sapersi difendere in caso di attacco.
Il periodo più importante di quello della giovane squaw, tuttavia, era quella del menarca, che coincideva con l’abbandono delle vesti da bambina per rivestire quello di fanciulla. Benchè ogni tribù lo vivesse e lo ritualizzasse diversamente, tuttavia si trattava sempre di un evento collettivo, molto più dela matrimonio o della nascita di un bimbo. Poteva essere paragonato all’entrata in società tipica delle fanciulle ottocentesche. Era un modo come un altro per mettere la fanciulla ” in piazza ” e concedere all’attimo che precedeva di poco l’ eventuale fidanzamento un respiro spirituale. prima ancora che sociale. Non di rado l’entrata nella sfera ‘teen della fanciulla veniva accompagnata dalla promessa di matrimonio, che per tutti i nativi avveniva molto presto, per le femmine quanto per i maschi. Il nativo era essenzialmente poligamo, una necessità dovuta all’alta mortalità delle puerpere e degli infanti, che imponeva l’obbligo esistenziale per un uomo di godere di molte mogli. Tuttavia non si trattava di una regola impositiva, tantomeno di una convenzione su base religiosa. Ogni uomo era libero di adottare la mono quanto la poligamia, e in alcune tribù questo diritto veniva concesso anche alle femmine. Ad esempio tra Crow e Sioux Lakota era molto frequente l’abitudine per una donna di accompagnarsi a vari uomini: anzi tra i Sioux la donna godeva di una libertà sessuale superiore a quella delle sue coetanee Europee: poteva scegliersi il futuro marito quanto rifiutarlo e, se intendeva divorziare, poteva farlo semplicemente abbandonando la tenda e rendendo pubblica la sua decisione entrando nella tenda dell’amante. I figli seguivano sempre la madre,anche se maschi, e in genere appartenvano al clan di quest’ultima piuttosto che a quello del marito. Il maschio raramente poteva avanzare diritti coercitivi sulle femmine e lo stupro, particolarmente se praticato sulle vergini, era severamente punito con l’esilio. Chiaramente non era tutto rose e fiori: presso alcune tribù come gli Uroni e i Kiowa la donna aveva vita grama ed era parecchio subordinata al maschio. Tuttavia si trattava di eccezioni, come in ogni popolo..
La donna rapita da una tribù nemica , tolto il periodo iniziale sicuramente traumatico, in genere veniva inglobata nella tribù e spesso diveniva moglie o concubina del guerriero che l’aveva catturata. In genere, nel ratto, si preferivano donne con bambini, i quali a loro volta venivano semplicemente integrati e adottati dalla collettività

Il rapimento delle donne, soprattutto delle delle Europee, da parte degli Indiani rappresenta comunque un periodo difficile e tormentato nella storia dell’America. Cerchiamo di saperne di più in questo bel documentario in lingua Inglese. Attivate i sottotitoli!

. E’ chiaro che non tutte le donne, soprattutte se legate da profondo affetto per il marito che lasciavano, accettavano tranquillamente la nuova condizione, alla cui eventualità venivano abituate psicologicamente fin da bambine. Non di rado, soprattutto se rivestivano il ruolo di concubine, si trovavano a difendersi dalle altre donne già presenti nella tenda del guerriero, che spesso la angustiavano con le loro gelosie e la sottoponevano anche a violenze. Tuttavia la cosa nel tempo si stemperava, e sempre per fini pratici. Le donne, comunque sia, erano persone utili e necessarie e ,se le violenze potevano mettere a repentaglio la vita della nuova arrivata , in genere venivano sedate dal capo tribù o dallo stesso guerriero responsabile del rapimento.. Il ratto delle donne talvolta si accompagnava a stupro, non per motivi di offesa ma a sancire il diritto della conquista. Non era un atto di svilimento della donna, come invece avveniva in altri Continenti: era piuttosto un modo pratico e veloce per abituare rozzamente la donna alla sua nuova condizione e stimolarla a tagliare i ponti con il proprio passato. Lo stupro era comunque riservato alle donne adulte; le bambine in genere non venivano mai toccate, men che mai le vergini. Era abbastanza facile distinguerle, non solo per la giovane età ma per il tipo di pettinatura e per l’abbigliamento. Le vergini infatti portavano la frangetta e il loro vestiario non conteneva perline. Solo in seguito, grazie all’abbrutimento delle varie tribù che erano entrate ormai in contatto con la “civiltà” Europea le cose subirono dei mutamenti non certo edificanti, e lo stupro venne attuato in larga scala e soprattutto sulle donne bianche. Il fenomeno era di reazione e alcune tribù arrivarono anche a sgozzare le femmine, un evento che veniva ” firmato ” da alcuni utensili come penne e frecce che venivano lasciati appositamente in loco. Era un tentativo di ripagarsi, in modo cruento e sicuramente primitivo, delle proprie donne che venivano regolarmente stuprate e poi uccise dall’Esercito degli Stati Uniti.
Questa pratica, purtroppo, poco prima della chiusura delle frontiere si intensificò enormemente e contribuì alla campagna contro gli Indiani e al loro sterminio.

Il rito che celebrava il passaggio dall’infanzia alla pubertà di una fanciulla veniva chiamato ” Išnati awicalowan “, cioè festa delle prime mestruazioni ” ma anche ” festa dell’isolamento “, poichè in seguito alla raggiunta maturità sessuale la fanciulla era donna a tutti gli effetti e aveva il diritto di abitare da sola nella propria capanna, costruita precedentemente dalla sua famiglia. Era un momento di intensa gioia collettiva che, se da un lato ” liberava ” la ragazzina dalla sua infanzia tuttavia la ancorava alle uniche e sole restrizioni della sua vita, che anticipavano di poco il matrimonio. Nel passaggio dall’indipendenza raggiunta al matrimonio, infatti, la giovane squaw doveva assoggettarsi a delle regole sociali atte a evitare concepimenti indesiderati, anche se spesso la fanciulla non era più vergine. Le frequentazioni abituali tra maschi e femmine permettevano licenziosità anche in età impubere, ed erano tollerate. L’arrivo delle prime mestruazioni interrompevano qualsiasi idillio e la fanciulla veniva controllata a vista dalle anziane della tribù, che avevano anche il compito di insegnarle le normali pratiche amorose.
L’ Išnati awicalowan era rigidamente codificato e molto simile in tutte le tribù. Attraverso il rito di iniziazione la squaw viene edotta sul mito della Grande Madre o Donna Bisonte Bianco, e quindi prendere coscienza della propria natura femminile. Il mito, che i Sioux rivendicano come proprio, è antichissimo e comune a tutti i Nativi.
Potete leggerlo qui

 

Le prime mestruazioni venivano raccolte in un fagotto di pelli, che la fanciulla teneva intorno alle parti intime come un assorbente per tutta la durata del mestruo. Una volta terminato il flusso il fagotto veniva deposto dalla madre in un albero di prugne per proteggerlo dalle influenze nefaste di IKTOMI

uno spirito maligno multiforme che spesso si nasconde nelle spoglie di un ragno. (Anche qui la leggenda nasce dalla realtà. Esistono in America degli aracnidi estremamente tossici che, pungendo fanciulle in prossimità della pubertà, possono inibire il normale sviluppo delle ovaie causando quindi infertilità)
Nel frattempo il padre, costruito il tepee dell’isolamento per la figlia, chiede la benedizione dello sciamano che, seguito dall’intera tribù, si reca nella tenda e inizia a purificare l’ambiente , il vestiario e tutti gli oggetti personali della squaw con erbe aromatiche bruciate a mo’ di incenso. Poi viene costruito nel tepee un nuovo altare che sarà legato per sempre alla giovane donna. Nel frattempo tutta la tribù affolla la tenda, dentro e fuori, e presenzia alla cerimonia, fatta eccezione per i bambini e le donne mestruate ( che potrebbero col loro sangue contaminare la cerimonia). Quando tutti hanno preso posto la fanciulla viene fatta sedere tra il nuovo altare e il focolare domestico, ma con le gambe da un lato come è usanza delle donne, e non più a gambe incrociate come è usanza degli uomini e dei bambini.
Poi lo sciamano accende la pipa delle cerimonie, si pone in capo un teschio di bufalo sulla cui fronte ha dipinto una lunga linea rossa che corre perpendicolarmente fino all’occipite, e comincia ad istruire la ragazza sui suoi doveri da squaw. Ella dovrà essere sempre ” operosa come il ragno, silenziosa come la tartaruga e allegra come l’allodola”. Poi egli la mette in guardia sull’effetto della lascivia , ricordandole quello che fa la bufala col toro all’epoca della monta ( evento conosciutissimo dai bambini Indiani , che vivevano in stretto contatto con gi animali). A questo punto lo sciamano passa dalla teoria alla pratica: denudatosi completamente si cinge con una specie di godemichè rudimentale e con questo tenta di accoppiarsi con la fanciulla,che deve rimanere sempre con le gambe ben chiuse mentre l’uomo cerca con le mani di aprirsi un varco tra di esse. Ogni volta che la resistenza della fanciulla vacilla la madre di costei pone sotto le braccia e il ventre della figlia alcune foglie di salvia, un’aromatica che i Nativi chiamavano ” erba dei sogni ” poichè le attribuivano un potere spirituale di avvertimento e insegnamento. Il significato dell’intera pratica era molto chiaro: rendere consapevole la fanciulla del suo grande potere sessuale e dell’importanza spirituale del concepimento, stimolandola nel contempo a non concedersi a fecondazioni selvagge e animalesche. Un Insegnamento che spesso finiva nel vuoto: non di rado accadeva che la fanciulla, pur controllata a vista, all’arrivo dei primi ardori facesse la cosiddetta ” fuitina ” con l’amante del momento, che non sempre era poi il futuro marito. Le gravidanze indesiderate non erano oggetto di ostracismo per la tribù, ma più che altro ” compatite “. Proporre in matrimonio una fanciulla gravida di un altro era infatti possibile e frequente..ma ne abbassava di molto la quotazione in cavalli!
Ma il Išnati awicalowan non finiva qui. Rivestitosi, lo sciamano riempie la ciotola della fanciulla con una miscela di acqua e chokecherry ( una specie di pruno dal sapore simile a quello della ciliegia dalla cui fermentazione si ricavava una bevanda dal potere antibatterico), fa stendere la fanciulla sulle pelli e, sollevatele le vesti, ne scopre il ventre nudo su cui viene fatto scorrere questo liquido, che veniva in parte leccato dallo sciamano ” come un bufalo beve dall’abbeveratoio”, in parte veniva raccolto in un’altra ciotola e fatto girare tra i presenti, in modo che tutti potessero bere. In tal modo l’energia fecondatrice della giovane donna veniva condivisa con l’intera tribù, che un giorno ne avrebbe accolto anche i figli. A questo punto la squaw viene fatta denudare completamente davanti a tutti e il suo vecchio vestito buttato fuori dalla tenda, dove una donna povera lo prendeva per se. La fanciulla indossa quindi un vestito nuovo ricamato con perline, simbolo della sua entrata in pubertà, la frangetta le viene tagliata e al suo posto una donna sciamano le dipinge sulla fronte una linea orizzontale, che la fanciulla porterà per tutta la vita ( e che gli Europei scimmiottarono nei costumi mediante l’applicazione sulla fronte di una striscia di cuoio a cui era attaccata una piuma, una bufala gigante!) . Infine le vengono sciolti i capelli e acconciati morbidamente sul davanti e sulle spalle e non sulla schiena, come era uso dei bambini: sarà poi la squaw a scegliere se raccoglierli in trecce o lasciarli sciolti. Per ultimo la madre della fanciulla va a prendere il fagotto delle mestruazioni che aveva nascosto nel prugno e lo sotterra davanti al tepee. Solo a questo punto la celebrazione è finita: le donne esplodono in chiassose grida di gioia e la tribù dà il via alla festa in onore della ragazza…
(continua)

Conosci meglio QUI il popolo Ouray, oggi UTE, Colorado

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4 thoughts on “Vita da Squaw – Da bambina a giovane donna.

  1. ahah, golosone! non temere, ci sarà tempo anche per questo. Senza alcun tipo di morbosità. La sessualità per i Nativi Americani, con le dovute eccezioni, era sacra e mai oggetto di perversione. Quella è arrivata con la ” civiltà Europea “. Un bacio!

    • io sono laureando in psicologia,e ho sostenuto anche esami in antropologia e sessuologia,per cui la sessualità dei nativi americani è quanto di più interessante io possa voler sapere. poi,per quanto riguarda le cosiddette perversioni,non esistono perversioni oggettivamente negative,ma è tutto relativo alla propria cultura di appartenenza,motivo per cui sono spesso definite anche “perversità sociali”! 🙂

      • Concordo. La perversione è solo un fenomeno culturale che esiste laddove vige una regolamentazione e/o una repressione più o meno evidente. Come in Italia. UN bacione e..al prossimo post!

  2. bellissimo questo post! sarei curioso di sapere qualcosa in più sulle abitudini sessuali dei pellerossa e sulle dinamiche di accettazione dell’omosessualità.

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