Rudolph, la renna dal naso rosso.


Rudolph, the red noise reindeer 1939

Chi non si intenerisce ascoltando la favola di Rudolph, la renna dal naso rosso? Benchè partorita tanti anni fa, la favola della creatura ” diversa “e per questo messa da parte dai suoi simili finchè non viene riabilitata da Babbo Natale in persona, è scolpita nel cuore di ogni bambino che in essa rivive e supera i propri complessi.

In realtà si tratta di una vera e propria innovazione nel campo della letteratura dell’infanzia, che per la prima volta si accorge della fragilità dell’universo ” teen ” oppresso da fenomeni di strisciante discriminazione e bullismo. Se pensiamo che Rudolph vide la luce nel 1939 non possiamo non stupirci della sua poetica ma estrema attualità, e non riconoscerne l’umanissimo spessore. La piccola renna, partorita dalla mente e dal cuore di Robert Lewis May , vive una storia semplice ma coraggiosa: nato con un enorme naso rosso, lucidissimo e quasi scintillante, Rudolph è guardato con scherno dalle altre renne, che non giocano mai con lui ma anzi lo deridono. Rimane quindi solo, emarginato, destinato ad una perenne solitudine. Il fisico non lo aiuta, perchè la dolce creatura è piccola, magra, ben diversa dall’immagine classica del baby Americano paffuto e rotondo a cui tutti i cuccioli delle favole bene o male si ispirano.

Rudolph the red noise reindeer original

Ecco la primissima versione di Rudolph, nel libretto originale del 1939. Benchè paragonato spesso al Bambi della Disney il primo Rudolph non gli somiglia affatto. Come vedete si tratta proprio di una piccola renna smunta, dai tratti NON infantili e molto simile alla realtà. Sarà solo in seguito, con l’avvento dei cartoons, che la sua immagine verrà modificata . La testa rotonda, gli occhioni grandi e il fisico panciuto che gli verranno attribuiti richiamano infatti l’immagine classica del neonato e sono costruiti apposta per ispirare tenerezza.

Rudolph quindi cresce nella nostalgia del mondo esterno, da cui viene chiuso fuori; tuttavia la solitudine non inasprisce il suo cuore, che è pieno d’amore e di speranza. A suo modo egli è grato delle piccole cose che la vita gli riserva, e ne gode serenamente sperando sempre nel futuro.
Ed ecco che il miracolo arriva: Babbo Natale deve consegnare i suoi doni della Vigilia, ma la notte è tanto buia e nebbiosa che le sue renne non sanno dove dirigersi e vagano a vuoto nel cielo. C’è quindi il rischio che tutti i bambini del mondo non possano ricevere i doni di Natale!
Babbo Natale è angosciato ma..ecco, nel buio della notte scorge una luce che illumina anche il cuore della foresta. E’ il naso della piccola renna, che sta guardando le stelle in riva al fiume.
Quando Babbo Natale si rivolgerà a lui per un aiuto, la piccola renna accetterà d’impulso di guidarlo nella consegna dei doni a quel mondo che lo ha sempre rifiutato, perchè il suo cuore non conosce il rancore. Sarà così che Rudolph diventerà una renna della slitta di Babbo Natale, e il suo posto sarà di capofila, tra gli elogi e i plausi delle altre renne che finalmente riusciranno a guardare ” oltre ” il suo aspetto e a riconoscere le virtù della sua ” diversità”.

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La morale balza agli occhi con impressionante modernità, soprattutto se pensiamo all’America perbenista e razzista degli anni ’40, al congenito anelito di uniformità del pubblico e alle campagne omofobe ante- guerra. La piccola renna dal grande cuore conquistò anche le menti più dure e meno elastiche, portando con se’ un ventata di cambiamento di cui non tutti si resero conto all’istante, ma che sarebbe perdurato nel tempo. Altro miracolo di Natale? Non proprio.
La favola di Rudolph presenta dei retroscena struggenti, che furono poi ampiamente pubblicizzati con incredibile cinismo nella fase di vendita del nuovo personaggio. Dovete sapere che il suo creatore, Bob May, era copywriter presso i Grandi Magazzini Montogomery Ward. Il suo lavoro consisteva nel dare vita a nuovi personaggi fiabeschi che nei periodi delle Feste aiutavano a vendere giocattoli, libri e gadget Natalizi. Molte grandi Aziende utilizzavano questa strategia , come anche l’Industria Musicale che sfornava annualmente nuove canzoni legate al Natale. A volte questi personaggi diventavano così famosi da coinvolgere la produzione di tutta una serie di accessori facilmente vendibili e tali da innescare quasi ” una moda “. Magliette, spille, pupazzi,loghi accompagnavano sovente questa o quella nuova canzone, questo o quel personaggio. Un po’ come succede oggi quando viene presentato al pubblico un film di impatto ( non dimentichiamo ad esempio l’ondata di gadget che seguì Ghostbusters, o Toy Story e- perchè no? – il Titanic ).
Negli anni ’30 i Negozi di Giocattoli usavano regalare ai bambini dei libretti da colorare, a scopo pubblicitario. Le strilla dei bambini per averli avrebbero costretto i genitori a far visita a questo o quel negozio, aprendo le porte a potenziali acquisti. Il compito dei copywriter era quindi quello di sfornare ogni anno accattivante materiale in grado di strizzare l’occhio al pubblico infantile senza disturbare troppo gli adulti. Ma Bob May era anche un artista: sarà lui stesso, in un articolo sul Gettysburg Times del 1975, a svelare i retroscena della nascita di Rudolph.

Rober L. May

Ecco una bella immagine di Bob May agli inizi degli anni ’40. L’artista confessò molti anni dopo, poco prima della sua morte, che in realtà la figura della piccola renna era ispirata a lui stesso da ragazzino, quando era vittima di bullismo. La rivelazione gettò discredito sull’immagine della buona società Americana, che non era affatto pronta a ri-considerare la vera natura degli alunni dei propri College. Il fenomeno del bullismo è Oggi tristemente famoso, ma negli anni ’20 e ’30 era vietatissimo parlarne, anche in seno alle famiglie. May confessò di avere fatto tragici pensieri di suicidio e di averli superati grazie all’amore dei propri genitori i quali, benchè poverissimi a causa della crisi della Grande Depressione, riuscirono a farlo studiare e a dargli un futuro.

“Un giovanotto dal nome Robert May, infinitamente triste e dal cuore spezzato, guardò fuori dalla finestra da cui entravano spifferi di ghiaccio, quella notte della Vigilia di Natale. Barbara, la sua figlioletta di 4 anni, gli si accoccolò in braccio singhiozzando. La sua mamma, moglie di Bob, la cara Evelyn, si stava spegnendo di cancro.
– Perchè la mia mamma non è come tutte le altre mamme? – chiese la piccola Barbara, guardando fisso negli occhi il suo papà.- Perchè sta sempre a letto con gli occhi chiusi e non gioca con me?-
La mascella di Bob si contrasse e i suoi occhi si riempirono di lacrime; sentiva nel suo cuore tanto dolore ma anche tanta rabbia. La sua vita era sempre stata dura, fin da piccolo, quando il suo strano aspetto lo rendeva vittima degli scherni e delle offese dei suoi compagni di scuola. Era il brutto anatroccolo, ma senza la speranza di tramutarsi un giorno in un bel cigno. Ricordando amaramente i brutti nomi con cui veniva appellato da piccolo decise di risparmiare il dolore di sentirsi chiamare ” orfanella ” alla sua dolce bambina.
Avrebbe lottato. Era la Vigilia di natale, che diamine!, e la sua cara Evelyn stava morendo.
Non c’erano soldi in casa, tutto era andato in fumo nelle inutili medicine che non erano servite a salvare la cara ragazza conosciuta e amata fin dai tempi del College.
Pensò alla sua bambina ,che avrebbe ricevuto come dono di Natale solo la morte della sua mamma, e capì che non era il momento di arrendersi.
” Tu avrai il più bel regalo di Natale che abbia mai ricevuto un bambino! ” – decise nel suo cuore.
E si mise d’impulso a scrivere la storia di una piccola renna dal grande naso luccicante che, beneficata dallo Spirito del Natale, avrebbe rischiarato per sempre le buie notti della sua infanzia.
Rudolph nacque così, per l’amore di una donna morente e di una bambina troppo piccola per sopportare il dolore della perdita. E quando Bob lesse la storia alla giovane donna morente ella strinse al petto pr l’ultima volta sua figlia, sorridendo al pensiero di lasciarla nelle mani della piccola renna…”

Robert L. May and his Barbara

Non sono riuscita a trovare foto della povera Evelyn , ma questa di Bob May con la figlioletta Barbara fece il giro dell’America e intenerì il cuore di milioni di mamme. Fu forse questo il segreto della longevità di fama della piccola renna?

Chiaramente, anche se suggestiva, si tratta di una storia romanzata degna di uno scrittore d’altri tempi. La realtà fu ben diversa e, sotto molti aspetti, più cruda.
Nel 1938 i danni della Grande Depressione erano ben evidenti nella società Americana: la crisi aveva portato ad un progressivo insterilimento della gioia di spendere e il Natale aveva perso gran parte della su attrattiva…consumistica. I papà tenevano i portafogli ben stretti e perfino le tavole imbandite delle Feste sembravano meno colorate. L’atmosfera era grigia e le vendite di giocattoli in netto ribasso: d’altra parte nenche le grandi catene di magazzini sembravano proporre nulla di nuovo. Nell’aria echeggiavano le note delle calssiche canzoni di Natale, e perfino le luci dell’industria musicale sembravano spente. Insomma, nessuno aveva voglia di rischiare e le famiglie sembravano essersi pienamente adattate ad un clima di austerità.
Ma non i Grandi Magazzini Ward, che avevano alle spalle nella storia del suo fondatore Aaron Montgomery un vissuto decisamente all’avanguardia: in barba alla depressione e alla crisi reclutarono i migliori tra i loro copywriters per dare vita ad un personaggio talmente coinvolgente da dare battaglia perfino a Mickey Mouse.
La storia del padre fondatore della Grande catena è indicativa.
Costui era un semplice commesso viaggiatore che nel 1872 ebbe un’idea a dir poco avveniristica: avviare una vendita diretta, produttore -consumatore, scavalcando fornitori e dettaglianti e abbassando nettamente i prezzi. Il suo primo catalogo, che veniva inviato per posta agli interessati, era composto da una sola pagina e i primi articoli erano comunissimi attrezzi da lavoro per contadini. Ma l’idea fece il boom e dopo soli dieci anni Ward era in grado di vendere per posta tramite catalogo ben 163 articoli diversi di vario utilizzo ( tra cui una delle prime cucine a legno economiche) ben esposti in 237 pagine! Fu ancora Ward, nel 1875, a inventare la formula del
” soddisfatti o rimborsati “, che lo portò di un balzo in vetta alle classifiche di gradimento tra i consumatori! La Ward godette del monopolio delle vendite per corrispondenza fino al 1886, quando nacque la Sears che, molti anni dopo, l’avrebbe portata alla bancarotta.
Tuttavia nel 1919 la Montogomery Ward fu quotata in borsa inaugurando al contempo la sua catena di negozi, e fu una delle pochissime grandi aziende a sopravvivere alla crisi del ’29, quando ci fu il crollo della Borsa. Indomita come poche tra le sue rivali la Ward nel 1938 decise di investire gran parte delle sue risorse nel futuro; e lo fece attraverso il pubblico infantile, com’era giusto che fosse.

Montgomery Ward   1875

Vi regalo una chicca, la foto del primissimo catalogo di UNA SOLA pagina del nascente impero Montgomery Ward, firmata 1875! In pochi anni le vendite per corrispondenza salirono alle stelle e Ward ebbe la luminosissima idea di far risparmiare sulle spese di trasporto, fissando un limite di peso . Sembra che gli addetti all’imballaggio fossero così scrupolosi nel rispettare tali norme che accadeva spesso che oggetti di vestiario pesanti, come ad esempio i cappotti ( che erano pesantissimi all’epoca) venivano scuciti e inviati in due pacchi diversi…ma equipaggiati di ago e matasse di filo per ricucirli!

L’idea era di ” varare ” un personaggio buffo ma virile, simbolo della stessa catena.
Il primo ” pupillo ” dell’iniziativa fu un certo ” Toro Fernando “,proposto non si sa da chi e decisamente scartato per via della cattiva pubblicità delle Corride.
May era in lizza tra gli altri, ma di gran lunga favorito a causa del suo tratto delicato e di un’indole sottomessa. Inoltre era tragicamente al verde, poichè l’improvvisa malattia della moglie Evelyn, malata di cancro da più di due anni, aveva prosciugato i già magri risparmi. L’incentivo economico che la Ward prometteva al creatore del personaggio avrebbe rimesso un po’ a posto le cose.
Bob si occupava di Evelyn e della sua bimba, facendo pazzamente la spola tra l’ospedale la casa e l’ufficio. In considerazione della sua situazione gli fu concesso di lavorare per la maggior parte del tempo a casa: fu lì che l’artista ebbe l’ispirazione e, unica nota davvero poetica dell’intera vicenda, grazie proprio alla figlioletta Barbara.
La piccola era una patita delle favole di Babbo Natale e delle sue renne; adorava i cerbiatti, si commuoveva davanti a mamma cerva e si scioglieva in lacrime quando chiedeva al suo papà di portarla a visitare lo zoo..ma egli, per motivi economici, non poteva.
Nell’anima della piccola renna Bob May infuse quindi gran parte della sua anima: inventò un personaggio ” diverso “, alienato,tristemente solitario che altri non era che lui stesso da ragazzino brutto e occhialuto. E lo fece seguendo un disegno poeticamente infantile dettato dall’amore per la sua bambina, che si incastrava perfettamente nello spirito del Natale.

Bambi 1842

Benchè paragonato spesso al Bambi della Disney, i lineamenti originali della renna sono molto diversi da quelli del dolcissimo cerbiatto. Come vedete nell’immagine originale del 1942 Bambi presenta già i segni dell’iconografia classica dei cuccioli amabili: testa rotonda, orecchie grasse, occhioni struggenti. La Disney produsse il film nel 1942, quando Rudolph era ormai famosissimo. Coincidenza o plagio?

Questo fu l’unico grande miracolo della nascita di Rudolph: il resto è solo leggenda.
Evelyn non morì nella Vigilia del Natale del 1938, come si è spesso raccontato. In quel periodo era ormai in coma, ricoverata in un comunissimo stanzone ospedaliero dove tuttavia i suoi cari andavano spesso a trovarla. Si spense nel luglio dell’anno dopo, tra una bimba piangente e un copywriter che non aveva ancora trovato la forza di finire il suo racconto. Ci riuscirà, a tempo di record, qualche mese dopo per via dell’affitto non pagato e il pericolo di essere buttato fuori di casa.
E Rudolph non fu l’improvvisa ” rivelazione ” che operò il miracolo della luce sul direttore delle vendite, il terribile Sewel Avery. Anzi, a dire la verità, Rudolph con quel po’ po’ di nasone rosso che ricordava quello di un avvinazzato fu immediatamente scartato…e per ben due volte!
Dobbiamo capirlo: l’eco del Proibizionismo si faceva ancora sentire e proporre al pubblico infantile un’immagine da pseudo-alcoolista non sembrava conveniente ai pur progressisti Magazzini Ward.
Ma Bob, ormai deciso ad andare avanti e ricevere la benedetta promozione, tirò fuori il suo asso dalla manica: chiese l’aiuto di un giovane e promettente illustratore, tale Denver Gillen, dalla mano sicuramente felice e arso dal fuoco di una tenace ambizione. Il giovanotto fece ne’ più ne’ meno quello che fanno i grandi attori quando si calano completamente nella parte: fatte due chiacchiere con la piccola Barbara, vera ispiratrice del personaggio, capì che quel naso rosso non era pura invenzione ma un particolare gustoso di un certo tipo di cervide che la bambina tempo addietro aveva visto allo zoo. Recatosi in loco si accorse che si trattava del caribù, un dolcissimo animale i cui cuccioli appaiono fragili e indifesi e che alla nascita presentano un nasino rosa scuro molto singolare. I suoi disegni seppero cogliere quella istintiva tenerezza che, malgrado l’aspetto non proprio felice, i piccoli sanno infondere nella propria specie; ne venne fuori una leggerissima figura da fiaba triste adatta ad un Natale di riflessione che infine conquistò il terribile Sewel Avery, direttore delle vendite della Ward.

Rudolph the red nosed reindeer, 1939

Ecco il bozzetto originale della piccola renna nel 1939, così come venne presentata da Denver Gillen. Le fattezze del personaggio non erano bellissime ma la fragilità del disegno, che sembra uscire direttamente da un mondo fiabesco, conquistò.

Scartati vari nomi, tra cui Rollo e Reginald, alla piccola renna fu imposto il nome Rudolph, che evocava una immagine sicuramente più ” maschia ” dei precedenti. In seguito ad una campagna pubblicitaria a tambur battente l’idea funzionò e il libretto nel solo dicembre 1939 vendette più di due milioni di copie, facendo balzare la storia della piccola renna nell’Olimpo dei Classici.
Ne seguì un’invasione di gadget da far drizzare i capelli alla stessa Disney: pupazzi, spille,accessori per bambini, tazze..e perfino gli ornamenti di Natale inaugurarono la nuova moda della renna dal naso rosso. L’America, felice e contenta, ne fu letteralmente invasa e per ben 7 anni di seguito Rudolph fu protagonista assoluto delle Sacre Feste. Non c’era teatrino itinerante che non mettesse in scena i suoi Rudolph- burattini e non ci fu mamma che non addormentasse il proprio bambino al racconto della tenera favola.
Tutti felici dunque? Non proprio. Il nostro Bob, dopo un fugace attimo di gloria, non se la passava meglio di prima. La Ward deteneva tutti i diritti della storia e del suo protagonista e, come si suol dire, si pappava tutto mentre May era oppresso da fatture e bollette.
Il giovanotto si era anche risposato con una sua collega, ex segretaria dello stesso Avery, la dolce Virginia Newton con cui avrebbe messo in cantiere ben altri 5 figli!
Nel 1946 dunque la Ward aveva venduto 6 milioni di copie del solo libretto, a cui bisogna aggiungere fioccanti incassi dalla vendita dei gadget, mentre Bob tirava avanti col suo solo stipendio da impiegato.

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E ora comincia la leggenda: si dice che, non si sa perchè, improvvisamente nel 1947 il temibile Sewel Avery evidentemente toccato dalla Grazia cedette il 100% dei diritti al suo creatore, Bob May, che in soli due anni divenne plurimilionario e potè vivere di rendita per tutta la vita.
I più non si spiegano questo improvviso ” ravvedimento ” dei Magazzini Ward a cui, quanto pare aveva dato di volta il cervello inducendoli a rinunciare agli incassi miliardari che ne accrescevano la potenza in borsa. Non se n’è parlato per anni fin quando, poco prima del fallimento della Grande Catena avvenuto nel 2001, sono venuti a galla gli altarini.
Dovete sapere che nel 1944 la favola di Rudolph, la renna dal naso rosso, era apparsa in un cortometraggio a cartoni animati realizzato dal pioniere del cinema di animazione Max Fleisher, per conto della Jam Handy Corporation. Si trattava di due colossi della nascente industria del Cinema: Fleisher, inventore della prima tecnica di animazione che avrebbe dato vita all’impero dei cartoons proponendo personaggi mitici come Betty Boop e Popeye, era universalmente noto come pioniere di una tecnica di animazione sicuramente più sofisticata e moderna di quella della Disney, acerrima rivale. La Jam Handy Corporation, di proprietà di Henry Jamison Handy, era un colosso nascente nel campo della comunicazione mediatica. Ammanigliatissima con l’Esercito degli Stati Uniti per cui aveva prodotto vari film promozionali e didattici, godeva dell’appoggio politico-economico di clienti illustri come la General Motors e i famosissimi Bray Studios, e aveva intimi contatti con la Paramount.
Fiutando l’affare e ben conoscendo le precarie condizioni di vita di Bob May, Fleisher contattò l’artista, offrendogli reale appoggio nell’ipotesi di fare causa ai Magazzini Ward che per anni non gli avevano riconosciuto alcuna percentuale sui diritti d’autore e si erano smisuratamente arricchiti alle sue spalle. Bob accettò e in fretta e furia fu fissato un incontro privato con Sewel Avery, al quale fu prospettato di far seguire un bello scandalo alla citazione in giudizio: il che avrebbe reso vacillante la quotazione in Borsa della Montgomery Ward. Fu così che May ottenne il 100% dei diritti su Rudolph, anche se la sua condizione di dipendente della Grande Catena ne rendeva dubbia l’attribuzione in toto.
Chiaramente neanche questo fu un regalo di Natale bensì un espediente per poter produrre in santa pace un nuovo film di animazione, che sarebbe divenuto un cult e avrebbe portato molti soldi nella tasca di tutti i protagonisti. Si trattò questa volta di un filmetto molto ben fatto e incisivo di 8 minuti che nel 1947 mandò in visibilio milioni di Americani.


Godiamoci quindi il delizioso movie del 1948!

Seguirono poi parecchi rimaneggiamenti che gradualmente trasformarono l’immagine e la favola di Rudolph, privandola della sua originalità e livellandola al popolare stile Disneyano.
Ancora degno di nota fu il libro per bambini del 1951 con i disegni di Richard Scarry, ripubblicato poi dalla Golden Books nel 1958 in una edizione riveduta e corretta e anche un po’ sdolcinata.

Rudolph the rede noise reindeer by Richard Scarry

Ed ecco il delizioso disegno di Scarry del 1951, che rimase inalterato fino al 1958. Poi, purtroppo, lentamente ma inesorabilmente, lo stile cambiò.

L’alterazione del personaggio fu poi evidente nello special del 1964, dove Rudolph addirittura si trasforma in un cucciolo alienato che scappa di casa e dove appaiono altri personaggi di contorno, reietti come lui. Il nuovo racconto, che ha completamente perso quella luce d’amore e di speranza che è il perno della figura della piccola renna ,è oggi salutata come un classico….il che è sicuramente lo specchio dei tempi.
Taccio sui remake successivi, che culminano in un bruttissimo film del 1998, che indugia pericolosamente sulle molestie subite dal piccolo Rudolph in un’atmosfera dal sapore vagamente sadico, scivolando sull’ancor più brutto ” Rudolph la renna dal naso rosso e l’isola di Misfits Toy” del 2001 , in cui la magia della storia è definitivamente sparita.

Su questa pagina youtube potrete verificare le crescenti trasformazioni del personaggio negli anni. Se vi va commentatele su questo blog!

La consacrazione definitiva di Rudolph, tuttavia, avvenne nel 1949 e fu un fatto…di famiglia. Tra libri, gadget e film mancava un’ultima cosa: una canzone simbolo che gli assicurasse per sempre il suo posto nell’Olimpo. La trovata fu della Columbia la quale, forse per dare una spinta in più alla campagna pubblicitaria, affidò il compito di tirare fuori dalla favola una canzone da record proprio al cognato di Bob May : il talentuoso Johnny Marks.
Costui fino a quel momento era solo una bella promessa. Benchè si fosse cimentato con la radio e avesse la stoffa di bravo compositore non aveva ancora sfornato nulla di eccezionale: tuttavia con Rudolph uscì fuori il vero artista che era in lui. Compose nel’arco di due mesi una canzoncina gradevole dal testo leggero, che in pochi minuti rende perfettamente l’atmosfera della favola di Natale.
Ecco il testo:

Rudolph, the red-nosed reindeer
had a very shiny nose.
And if you ever saw him,
you would even say it glows.

All of the other reindeer
used to laugh and call him names.
They never let poor Rudolph
join in any reindeer games.

Then one foggy Christmas Eve
Santa came to say:
“Rudolph with your nose so bright,
won’t you guide my sleigh tonight?”

Then all the reindeer loved him
as they shouted out with glee,
Rudolph the red-nosed reindeer,
you’ll go down in history

Indice Magic old America

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Rudolph, la renna dal naso rosso.

Rudolph, la renna dal naso rosso
aveva un naso luccicante
Proprio così! Se tu l’avessi visto
avresti detto che brillava davvero!.

Tutte le altre renne
ridevano e lo prendevano in giro.
Non permettevano mai al povero Rudolph
di partecipare ai loro giochi..

Poi, una notte di Natale immersa nella nebbia
Babbo Natale gli disse:
“Rudolph, con il tuo naso cosi luminoso
Vorresti guidare la mia slitta stanotte?”

Da allora
tutte le renne lo hanno accolto tra loro,
gridandogli con gioia:
” Rudolph ,la renna dal naso rosso,
rimarrà per sempre nella storia! ”

Natale in Blu  Patrizia Barrera

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Molto ben fatto! Ora bisognava solo trovare qualcuno, una vera stella della musica, che la facesse sua e le infondesse l’eterna Grazia del gradimento del pubblico. La Columbia contattò immediatamente l’icona Natalizia del momento, il Re della strenna strappalacrime, l’onnipresente Bing Crosby; ma costui storse il naso e si rifiutò. Dopo il grande successo di White Christmas che lo aveva spedito a razzo nell’universo dei Big temeva di rovinarsi la reputazione interpretando una favola per bambini. Nessuno si stupì del rifiuto: il caro ” Bing ” non si distingueva per le sue doti intuitive. Già nel 1942, quando un eccellente Irving Berlin gli affidò White Christmas per il film ” La taverna dell’allegria ” il cantante se ne uscì con un raccapricciante ” Ecco un’altra delle tue lagne!”

 

Christmas Night

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Tuttavia nel caso di Rudolph Crosby fu irremovibile e quindi si passò al piano B. La scelta ricadde su un’altra delle stelle del momento, un cantante- attore che piaceva a grandi e piccini e che incarnava perfettamente l’immagine del buon Americano: sto parlando chiaramente di Gene Autry.
L’attore si era affermato grazie ad alcuni filmetti western di stampo nazional popolare in cui appariva come un cowboy belloccio e sempre ben pettinato, intento a combattere contro i cattivi, amoreggiare con le belle fanciulle e cantare canzoni country accanto al fuoco. Da anni appariva in uno special radiofonico della CBS in cui, direttamente dal proprio ranch, impartiva ” lezioni ” ai giovani ascoltatori che desideravano emularlo , e che andò avanti per circa 16 anni con un altissimo indice di gradimento.
Oltre a ciò era stato un eroe della seconda guerra mondiale e, dulcis in fundo, anche campione di rodeo.
Era quello che ogni uomo Americano desiderava di diventare ..e il sogno proibito di tutte le fanciulle..
Ma Autry storse il naso sulla faccenda Rudolph anche per un altro motivo, ben più comprensibile: proprio qualche anno prima aveva interpretato una sua canzone sul Natale, Here Comes Santa Claus, che non ebbe un gran successo e che anzi fu oggetto di spietate critiche. Tuttavia l’attore si fidava molto della moglie Ina, che aveva uno spiccato gusto musicale, la quale tanto disse e tanto fece che alla fine Autry capitolò. Il single ” Rudolph, the red noised reindeer” , uscì nel 1949 e fu il più grande successo della sua vita.


Ed ecco la versione di Gene Autry, del 1949.

La canzone, carezzevole e non melensa, vendette in un solo mese 2 milioni di copie, 230 milioni fino ad oggi, piazzandosi al secondo posto tra i maggiori incassi di tutti i tempi subito dopo…White Christmas.
Dopo Gene Autry migliaia furono gli interpreti illustri: dal pentitissimo Bing Crosby nel 1950, a Dean Martin nel ’59, Paul Anka nel ’60, the Jacson Five nel ’70…fino ad un insospettabile Ray Charles nel 1985, un compassato Ringo Star nel 1999 e un attualissimo DMX che ne ha fatto un brano Rap nel 2012!

Entrato di diritto come nona delle renne di Babbo Natale, Rudolph continua a far sognare grandi e piccini col suo messaggio d’Amore che non conosce l’usura del tempo. Sembra suggerirci di sperare, di non chiudere il nostro cuore davanti alle brutture del mondo e di conservare nell’anima l’immediatezza di un bambino. Sarà per questo che molti in America ancora ricordano la vecchia filastrocca che apre la canzone:

“Le renne di Babbo Natale sono tante e si chiamano
Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donner, Blitzen.
Ma tu quale ti ricordi?
Rudolph, la renna dal naso rosso,
la più famosa di tutte! ”

Rudolph the red noised reindeer

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